L’Arte di Elfhame #1: La Cavalcata

[“L’Arte di Elfhame” è una serie di articoli che esula dal Ricostruzionismo che solitamente caratterizza questo blog per concentrarsi sulla pratica e sul pensiero dell’autore Revivalista Robin Artisson. Non sono io il traduttore di questi articoli, ma Nera di Peste di Granfie. Per poterli riprodurre sul mio sito ho dovuto chiedere il permesso a lei, quindi se volete ripostare questi articoli su altre piattaforme blog o siti dovrete chiedere il permesso non a me ma direttamente a Nera.]

La Cavalcata

Questi pensieri non sono i tuoi

cavawitch

I. La trama e l’intreccio della plasmata forza oscura

Buio soffocante, seducente visione. Vecchie travi lo sostengono; la carne lo pesa verso il basso, il freddo lo brucia, il sole lo scalda, la risata dei bambini, infine, gli dona gioia. Il mondo, vasto e antico, è tutto questo; è una pietra, un bosco solitario, una densa nebbia. L’uomo è una sorte tra migliaia di sorti, innumerevoli e invisibili sorti, un potere tra molti. L’uomo è perseguitato dalla sconfitta, è caduto con l’oscurità; i suoi occhi sono aperti ma il dubbio atroce lo ha reso cieco. L’uomo è una casa di felicità fatta carne, è l’invisibile reso visibile, un insieme di vitalità, un vortice in un fiume infinito. L’uomo non è solo. La cavalcata non ha origini o ragioni. La Cavalcata non esclude nessuno.

L’uomo ha camminato sul fango e sul muschio, sulla sabbia e sulla terra, ha sanguinato su di essa, riso su di essa, si è aggrappato ad essa, ha pianto e versato sudore su essa, ha inciso il legno, la pietra e il metallo su di essa e all’interno di essa. L’uomo è stato nelle profonde oscurità; è stato nella nebbia, è stato nell’invisibile, è stato vicino alla verità. L’uomo ha vagato verso sé stesso. L’uomo ha raggiunto la gloria e le cose proibite. L’uomo ha oltrepassato confini che non avrebbe dovuto oltrepassare. Ha osato ed è morto. L’uomo è un altro nodo intessuto nel fatale arazzo di ciò che è sconosciuto.

L’uomo non è solo; egli non sa vedere ciò che avrebbe dovuto vedere. Gli occhi dell’uomo sono pochi tra molti. Il mondo è pieno di occhi. Il mondo dell’uomo non è vuoto; l’uomo è fratello della roccia, del tronco, del ciuffo erboso, del vento esploratore, del ruscello sibilante, di bolle e schiuma, dei profondi pozzi, delle colline antiche, della pioggia che lo bagna, della luce sopra le nuvole, della gente che vive nella terra delle oscure e profonde tombe.

L’orgoglio dell’uomo è la sua rovina. L’uomo vede così poco, ma viene visto da così tanto. Egli vede sale e abbazie di legno e pietra, ma esistono sconosciute sale cento volte più grandi costruite d’oscura magia e luce immortale. I re e le regine degli uomini camminano pesantemente sul fango e si feriscono, ma i Signori e le Signore di spaventosa maestosità troneggiano sul più grande di essi.

Per ciascuna forma vista dall’umida orbita s’unisce una delirante e spaventevole cavalcata di forme. L’uomo ha ragione di credere in tormenti e demoni; e ancora, ha ragione di temere la perdita e la selva. Non v’è luogo in cui la vita sia simile a un debole gocciolìo in uno stretto burrone; la vita riempie tutti gli spazi e indossa innumerevoli maschere, più dei fili d’erba o dei granelli di sabbia. Ogni parte di qualsiasi bestia è un amuleto magico, una magia nell’anima; sotto la carne e sotto peli e squame v’è, celata, una sola carne e un solo bagliore: nella fossa i confini tra bestia e uomo cadono.

Quando alla Cavalcata si aggiunge qualcuno un altro scivola via, calando di dimensione, uno nell’infinità. Infinitamente più piccolo, poi più grande, poi ancora minuscolo, poi il nulla. La verità si apprende nella perdita della vastità delle montagne e della pesantezza della carne; l’umile formica è gigantesca nella folle intessitura, ed è così piccola per l’uomo che è il frammento di un germe nel vasto grembiule della Regina di Ferro e Signora di ghiacci, montagne e notte. Non la si può conoscere, eppure lei è là. E’ meglio sentire come sente un uomo piuttosto che spingersi troppo in là nella ricerca, ed è meglio omaggiarla come fosse terra e freddo cielo, piuttosto che cercare il suo trono d’ossa.

Sulle elfiche strade lastricate, all’interno delle cavità nelle case degli Spiriti, l’uomo non è che un sasso o un’erbaccia; nelle loro coppe d’inebriante bevanda l’uomo è una bolla di schiuma. Nelle loro ballate l’uomo è un’ombra scura e bisognosa, è un soccorritore al letto da parto, benché nelle sue leggende egli sia divino e immortale, ingannevole e crudele, indispensabile e dannoso. Essi bevono sangue ai bordi delle sepolture; bevono coppe di crema e prendono il neonato incustodito e indifeso.

La Cavalcata procede condotta dal cavaliere Elfo; sappiate che egli è il custode che sta tra il mondo duro e un dolce, bellissimo luogo, luccicante d’oro, alberato e verdeggiante; da quel luogo s’estende un sentiero che porta ovunque e dappertutto. Vi sono altre creature nella corsa della Cavalcata, molte più di quanto sia possibile nominarne. Esse hanno il loro posto nella trama e nell’intreccio della plasmata forza oscura che comprende il mondo; i loro orti sono come le montagne che spaccano la terra e gli alberi che bevono acqua dal suolo.

Il luogo a loro assegnato è dove cade ogni goccia di pioggia, e così furfanti e signori, bestie e vergini pure, dame e ombre, abitanti della terra e sotto la terra, mostri affamati e addormentati della Cavalcata, ognuno d’essi vive nel luogo che gli è stato assegnato mentre il tempo avanza e poi, nulla. E poi, l’urlante Cavalcata. Sotto i tuoi piedi quale leader indossa la corona del capro? Chi scruta nel buio della tua dimora quando tutti dormono, chi controlla la sua pulizia e la sua preservazione dalle forze misteriose?

L’Invisibile si trova al di là dei patiboli ed è colmo; colmo come il mondo delle nuvole e delle ombre, e della scura terra marrone. Non consente verità nel vuoto, non consente verità nel niente: si apre nella mente dell’uomo come luce nella nebbia. Produce un luminoso alone che racconta canzoni e descrive leggende. L’uomo vive nonostante il suo destino sia morire, nonostante la sua amarezza e la sua pena; da solo egli respira soltanto dolore. Ma egli vive perché la vita è leggenda. La vita è ciò che Fato ha assegnato, è storia, è magia. Negazione e ottusità ne fanno la durata. S’intesse un incantesimo senza saperlo; un nano che scava tombe dalla terra apre un’altra porta alla vita. Accada ciò che accada le tombe sono scavate e dalle acque degli abissi la vita bisbiglia sussurri aghiformi in cerca di luce.

Cercano terre boschive, cercano grotte e anfratti, cercano le sponde dei fiumi, le paludi, cercano nuvole e pioggia. Trovano loro stessi in mandrie tuonanti di creature cornute, tra corna ramate, vicino alla lepre guizzante e alla furtiva volpe guaiolante, nella urla frenetiche di contorta gente caprina che infesta le colline distanti; essi trovano loro stessi uccidendo e vivendo, sanguinando e crescendo, levigando pietre, scheggiandole, frantumandole, accumulando legno, legandolo e dividendolo, scaldando la pietra e il metallo, legando erbe e tagliandole, fasciando i bambini, bevendo l’acqua, seppellendo i morti irrigiditi e osservando il cielo in mezzo ai profumi del bosco.

V’è magia anche là, ed essi ne sono consapevoli. Non si sottometteranno a nessun conquistatore; vivranno le loro vite in mezzo a fitti campi profumati e pascoli dorati. Coloro che indossano pelli di capra si nascondono nelle ombre al di là dei recinti; i fantasmi degli antichi e degli antenati pesteranno le loro strade ed udiranno i loro colpi. Verranno ricordati nelle canzoni.

II. La compagnia del cervo e delle lepri bianche

La regina degli elfi cavalca il suo grandioso e latteo cavallo. Ella si trova nella compagnia del cervo bianco e delle lepri bianche, di ancelle e uomini; Ella si trova nelle reali abitazioni spirituali dell’affamata e generosa terra, e gli enormi spazi nei quali terriccio e polvere possono cadere e svanire per sempre sono il suo vero mantello e corpo. La signora elfo verde e bianca, verde e nera, bianca e bianca, rossa e bianca, è giovane e molto antica. Il suo linguaggio è la memoria, è la follia così vecchia, ma è il completamento senza suono o simbolo. Ella dissolve i morti nell’acqua che tramuta in latte materno portatore di vita.

La sua gente una volta era morta, eppure vive ancora; hanno inclinate teste come pietre, occhi come bacche, respiri come brezze, risate come gracchiate di corvi, pelle come flussi di sabbia bagnata, corpi come fantasmi, parole come visioni nella notte, e bramosie che i mortali a volte condividono.
Il loro Re e Signore è così chiaro e bello, così pieno di forza; i tavoli del Re e della Regina sono sempre ricolmi di generose porzioni di frutti e carni, di miele e dei migliori pani. Grosse e pelose vacche muggiscono emettendo i loro fecondi versi nella potente mandria del Re elfo. Cerca il loro piacevole e tenebroso paese nelle cavità della terra. Cerca i loro banchetti sulle pietre macchiate di sangue e ai lati delle colline. Cerca il loro portale e il risonante vortice nella tua pelle e nelle tue interiora.

L’ossario della Regina elfo ha denti di fuoco e denti di ghiaccio al suo interno; ha in sé bilancia e misura di giustizia, che ribolle nell’anima che diffonde sangue e spade rotte su confini custoditi e terra sacra. Vivere tenendosi avidamente ai bordi delle concessioni della vita è cattiveria; camminarvi senza essere invitati è cattiveria; calpestare radici vietate, corridoi e fiori è cattiveria; prendere e prendere ancora è cattiveria; non avere intelligenza né poesia per ripagare la trasgressione è cattiveria; il cuore parla con la voce della vendetta; esso conosce le sorti; la vendetta arriva furiosa dalle profondità per risanare la terra e mettere a tacere l’aria. La vendetta si presenta con la forma delle donne dell’invisibile.

Esse sono furiose, e terribili, hanno lunghi capelli e sono silenziose, piangenti e nascoste, veloci e feroci; esse colpiranno la carne, frusteranno la carne, manderanno i colpi del doloroso fato sulla pelle di un uomo o una donna, nelle loro menti e nell’anima che svanisce. Esse sono le donne del Fato, guardiane delle nostre vite e fortune, e di tutti coloro che partecipano alla Cavalcata. Le loro antenate erano gigantesche, ed esse lo sono in generosità e ira. Possiedono dei bastoni il cui compito è assegnare le sorti, e sono intagliati con necessità, con ciò che si vuole, ciò che si dovrebbe, ciò che deve e ciò che dovrà. Esse fanno pagare un’ammenda in sangue o respiro per quella preziosa conoscenza. Riempiono ogni aria, rompono ogni pace destinata a fallire, e riempiono ogni casa destinata a riempirsi.

Esse muovono pietra su pietra, corso d’acqua su corso d’acqua, sentiero di stelle su sentiero di stelle, scintilla di fuoco sulla notte soprastante, esse sollecitano le grida dei bambini e i gemiti di coloro che sono violentemente caduti. Non hanno origini, poiché l’origine sono esse stesse; hanno pallida pelle e occhi neri come il carbone, vedono oltre ciò che può essere visto, sono crudeli oltre ogni crudeltà conosciuta, offrono un riparo più confortevole di qualsiasi riparo e concedono aldilà della concessione. Il signore degli elfi le guida; è un cavaliere, con la sua bacchetta piroettante, doma il suo grigio cavallo, produce visioni ingannando così gli occhi, chiama da lontano producendo dolore, producendo pace, colpendo a piacimento, colpendo tutto in un imprevedibile ordine. Egli guida i cacciatori; guida la selvaggia rotta, guida i venti e le tempeste. E’ lui i venti che tutti temono; la sua magia ha fatto sì che uomini e donne si amassero e odiassero l’un l’altra.

Egli batte la carne, morde la carne, egli rapisce e dona conforto, e strizza gli occhi quando ride. Nello specchio, egli beve il vino col diavolo. Hai conosciuto la sua grandiosa arte l’ultima volta che ti sei seduto ad ammirare la bellezza della terra e provato un breve attimo di pace, e l’ultima volta che hai intessuto o tagliato, chiuso o premuto, recitato o cantato, costruito o arato, lavorato con una stregoneria o pianificato un’astuta strategia. Quando hai bollito erbe e semplici, pelato la selvaggia cipolla, tagliuzzato rami e radici, o fatto cerchi di farina bianca, hai svolto la sua arte, che è anche l’arte dell’Uomo.

Non vedi la maestosità e la potenza del potente e antico? Quale sole s’è mai mosso nel cielo, se non l’occhio brillante come una gemma di colui che è ardente? Quale luna è mai cresciuta e calata senza impartire i salati segreti dei minerali, del sangue e delle nascite nelle grotte? I morti camminano su quella via. Sopra e sotto, i morti camminano su quella via. La luna è il sole fantasma. Può l’amore legare assieme qualcuno in modo tale che la morte non li separi? Sì, il legame delle anime può rimanere così forte per tutte le ere in cui il desiderio resta tale. Anche le divisioni prodotte dall’odio possono rimanere tali.

Un fuoco brilla sull’aperta terra sotto uno scuro cielo e viene visto per miglia e miglia; ciò che non riesce ad illuminare allora lo accende. Grande buio, l’entità notte, l’entità sole con la sua antica croce, odiata da ogni male. L’entità luna e mare, la vecchia donna, la giovane donna, il popolo degli elfi, le impronte degli zoccoli del diavolo, gli strati delle cose che divorano, le genti con teste di lupo, la splendente gente con la luce tra le sopracciglia, il giullare morto al crepuscolo del mondo, che scivola sotto le acque, scivola negli specchi o nelle grotte o nel cielo stellato, i cerchi di capanne e dimore che sono cadute sotto la terra, le città di brillanti gemme e travi viventi e la selvaticità del grezzo, cose rosse e riparanti alberi morti, il lungo lignaggio familiare di ogni defunto, che si espande fin lontano, sempre vivo. Tutto questo sono le luci delle notti di brace.

Essi vedono la solitaria fiamma sotto il cielo notturno. Le ere vanno e vengono. In molti camminano nella terra, in molti camminano sotto di essa. Molti vi camminano sopra. Ere ed ere vengono soffiate via come svolazzanti semi. Il fuoco è la pienezza, è il portale di tutti coloro che se ne sono andati e degli incantesimi dimenticati; è l’occhio dell’invisibile. Esso cucina il cibo e divora anche carne e paglia.

Ascolta la rabbia di coloro che non scivoleranno nell’Ignoto, i morti puniti e i goblin, la cui rabbia è rivolta al respiro della vita, i morti trasformati che furono intrappolati dalla stregoneria, le maledizioni dell’ingiusto, il gemito e il ruggito dei giganti nella terra, i trionfi dei virtuosi che producono un sentiero di fama che sale in alto, fino a che la luce viene estinta dall’inesorabile tempo; la grandezza del respiro e dell’emozione che riempie il soffio dell’intera storia umana – tutto è solo un respiro tra innumerevoli venti e parole ed irruzioni che a migliaia e migliaia navigano a raffica nell’oscurità del non conosciuto, attraverso il varco dell’ignoto. E’ incomprensibile quell’oscurità – la verità che può cessare.

III. Cadono i giorni e le ere

E’ troppo grande per te, piccolo come sei. Vuoi essere quell’immensità, quell’espansione, ma esserlo ti ucciderà. La Cavalcata ti porterà alla morte. Una morte gentile che genera due vite dove prima ve n’era una, e queste due vite ne descrivono una maggiore.

Aggrovigliati, piede aggrovigliato, mano aggrovigliata, cuore aggrovigliato, dovrai lottare per scappare, ma solo l’amore disinteressato che sopporta i colpi di Fato potrà abbracciare gli amati. E quell’amore è duro, freddo, gioioso, mortale, fecondo, e estraneo agli uomini; eppure esso apparterrà anche a loro, se riusciranno a risvegliarsi dal lungo sogno di reti e barche, di pesci e pane, di onori e oro giallo. A volte gli uomini vengono risvegliati da una maledizione; a volte da una benedizione. A volte la Caccia Selvaggia li insegue; a volte l’assassino arriva insieme col freddo vento. Sono le regine del male, sono le signore della benedizione, che amano e ammazzano e vanno a vedere ciò che devono vedere. Sono gli uomini maestri, sono viandanti, che incidono le sorti su legno e triangolo e guardano gli uccelli rossi e blu poggiati su terra e rami. Nessuno può decidere come sentirsi e come amare.

L’unico potere che hai mai avuto dall’inizio del tuo lungo viaggio verso sé stesso è stato il seno di tua madre, il calore della tua stirpe, la soddisfazione di un pasto caldo, la risata dei tuoi cari, una storia ben raccontata, la gioia dei bambini, l’oscura terra profumata e il cielo piovoso, il calore del sole, la goduria di un sonno ristoratore, il fuoco del congresso carnale. Questo ti era stato dato, e ciò era buono. Il mondo lo considerava buono, ed era buono. I giorni e le ere cadono, l’affamata entità ha scavato fin dentro il tuo cranio, è spaventosa, indolente, terribile, e così il grano e le bestie e i germogli non sono stati più sufficienti. E buono non era più sufficiente.

Gli stranieri vengono da est ed ovest, da sud e da ogni dove, e le vecchie stagioni non esistono più. Le cose preziose da ricordare sono state dimenticate. L’orizzonte lontano ronzava di strane voci, e sono arrivati in mezzo a noi degli spiriti malvagi, liberi di vagare grazie ai tuoi dubbi e alle incertezze. La torre adamantina s’è iscurita. Fato ti ha tormentato. La Saggezza ti ha lasciato. L’estate, la primavera e l’autunno non erano abbastanza per te, e l’inverno non ti ha fermato, ma ti ha fatto piangere i verdi campi. Puoi essere amico del nulla quale sei, ma la Cavalcata dei più giusti e grandi non sarà gentile con te. Vorresti che ti notassero per una qualche fortuna della sorte, ma devi essere tu ad avvicinarti, e devi farlo ora. Lascia che ciò che è buono sia sufficiente per il tuo corpo, e la Cavalcata ti porterà al tuo spirito.

Guarda le tue povere mani! Guarda la tua povera anima, il cibo che mangi in tutta la sua nullità, le deboli parole che ripeti a quelli che ti guardano: si trova in questo tutta la tua contentezza? Coloro che si nutrono della tua paura e della tua frustrazione ti intrappoleranno come fossi un uccellino, una preda, e vi mangerete l’un l’altro; ti nutrirai della tua stessa carne e diventerai pazzo. Cercherai di realizzare ciò che solo il pazzo desidera: rubare, ignaro, le corone dei mille capi invisibili, più giusti di te, più saggi di te, e tu riceverai unicamente le loro frecce. Il tuo regno può essere vasto nelle tue fantasie, un regno costruito su cenere e vento, ma tu sarai il suo unico abitante. Perirai, se non fai penitenza.

Non lo sai, ma la Cavalcata è la grande anima del mondo, il grande incantesimo del mondo, pieno d’ogni gloria. Non conoscere il tuo posto in essa, non vederla, non crederci, viverci e temerla, chiamarla sconosciuta, odiarla, crederla senza senso, significa essere chi sei: un uomo e un uomo senza speranza. Conoscere e accettare il tuo posto nell’infinita trama delle sorti, ascoltarla, vederla, crederci, temerla e esserne meravigliati, conoscerla un po’, rifiutarti di amarla o odiarla, crederla la ragione suprema, dargli corpo e spirito, cadervi al suo interno, emergere da essa, significa essere un uomo e un uomo che cavalca nell’invisibile Cavalcata. E’ meraviglioso dove sei, ed è terrificante, non importa come dormi o cavalchi.

Quando ti avvicinerai al segreto che solo il vento può insegnare alla tua carne? Quando aprirai le porte nella tua testa e nei tuoi occhi, nel palmo delle tue mani e nella tenera carne del tuo petto e cancellerai il marchio inciso dal crudele gancio e dalla lama? Quando spingerai il carbone ardente giù, fin dentro il tuo petto, fino al centro del tuo ventre, e ancora più giù, ai limiti del desiderio? Quando diventerai una lucciola brillante al centro della caverna? Quando strapperai via quel ferro freddo e bollente a cui ti aggrappi così ferocemente, e conoscerai l’esser senza limiti? Quando ti arrenderai alla Cavalcata? Essi ti governeranno fino alla Dodicesima Notte.

Nessun uomo e nessuna pagina scritta possono prometterti questo volo improvviso e accecante, questo volo dal potere distruttivo che ti fa girare tra venti e nuvole, che ti fa conoscere il moto della morte, che ti fa conoscere il fato, che ti avvicina ai morti; solo il libro chiamato Il Libro del Mondo contiene tutto questo, e il Cavaliere Elfo con la sua corte possiede la grande chiave che apre tale tomo. Il loro potente buffone, il Diavolo, ti tirerà per i capelli e ti farà girare la testa per mostrarti la via. La sofferenza ti mostra la via. Quando conoscerai la promessa e la bontà del mondo fatto d’erba e cieli grigi?

Pallida ed errante strega, la Vecchia, l’immortale Madre della Cavalcata, persino la tua forma è indistinta; un falò acceso, canzoni distanti, denti di ghiaccio, orrida pelle blu, un antico muro di ghiaccio, terra lacerata, terra solcata da acqua e ghiaccio, frane, oche starnazzanti, corpi nudi, grasso che ribolle, caldo, sangue che scorre, sostanze del mondo, respiro vitale, profonda soddisfazione, affogamento, il dolore nel corpo, la lunga notte, la lunga oscurità, la perdità, la novità, la dimenticanza, la memoria, la passione e la scintilla nelle viscere che portano a terre distanti. Ma… questa è la storia dell’uomo; la tua storia non viene raccontata così, ma questo è il linguaggio segreto delle lingue.

Gli animali lo parlano; il gufo nel profondo, prima della porta di casa tua, lo parla; persino le rocce sulla terra parlano questo linguaggio. Le ossa dei morti sono le sue lettere. I freddi spazi della notte sono le foglie su cui le donne scrivono le lettere delle vite. Quello è il tuo abito, il tuo grembiule, il tuo corpo, il tuo spirito, Vecchia. Lo mormoravi all’alba, prima che la luce ammorbidisse il cielo. Tieni le bestie nella tua anima e nelle valli, e ai lati delle montagne. I cervi sono il tuo gregge e il tuo bestiame. L’uomo non è solo.

L’aquila sale fino a vedere la luce che riscalda tutti gli uomini. Colui che odia viene sconfitto. Lo speranzoso impara ad abbandonare la speranza e accetta la verità. Il sole si muove, silenzioso e luminoso. La luna luccica pallida. Il bianco triangolo illumina e i familiari si muovono attraverso il filo che passa al centro del petto. Terra umana, foresta umana, cielo umano, Cavalcata umana, diabolico mondo non umano, grande mondo, la tua grandiosa forza, questa grandiosa forza, apriti ora, apriti, apriti e sii pieno, e poi fai scoppiare la pelle strappata dallo sforzo, che si apra alla pienezza e sia riportata via non dal nulla, ma da tutti!

I fratelli e le sorelle della Cavalcata, gli splendenti, metà vivi e metà morti, compagni delle fatali schiere di donne, carnefici dell’innocenza, vendicatori delle oscenità, impazziti dalla saggezza, si incontrano nei sogni. Non andrai da quei sogni; essi verranno da te, ma anche tu devi andare da loro.

Articolo originale: Tracks in the Witchwood a cura di Robin Artisson

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