Recuperare la Stregoneria Tradizionale – Parte II (Ultima)

benevento

Come detto nella precedente parte, riporterò in questa serie di articoli (“Recuperare la Stregoneria Tradizionale”) alcuni post apparsi sul sito “Athame” riguardanti la Stregoneria Italiana, sebbene io ritenga che lo stesso procedimento possa essere usato anche per altri tipi di Stregoneria Tradizionale Europea. Questa seconda parte riporterà l’articolo “La Stregoneria si trova nel mezzo”, scritto da Alberto Paganini, mentre la prima parte ha riguardato “Alla ricerca della Stregheria”, dello stesso autore.
Gli argomenti trattati in questo secondo articolo sono:
– Iniziazione vs Emulazione nella Stregoneria;
– Stregoneria Pan-Europea e Stregonerie Locali;
– Affidabilità del testo di Leland;
– Differenza tra magia popolare e Stregoneria;
– Idromanzia e magia cerimoniale;
– Benandanti
e Stregoneria;
– Ruolo del folklore nel recupero della Stregoneria Tradizionale;
– Legame tra Caccia Selvaggia, Processione dei Morti e Stregoneria.

A seguire, saranno riportate alcune critiche agli assunti di questo articolo e le risposte a tali obiezioni. Ecco a voi, dunque, l’articolo:

Questo nuovo articolo nasce per fare il punto della situazione a seguito delle risposte che il mio precedente post su Athame, “Alla ricerca della Stregheria”, ha ricevuto. Difatti vi sono state ben 3 repliche ad esso, ognuna per un motivo diverso: due sono state postate anch’esse su Athame e si tratta di “Alla ricerca della stregoneria” e de “La Stregoneria Ritrovata”, mentre un’altra è stata esterna a questo blog e si tratta di “Precisazioni su Striaria” di Dragon Rouge.

Risponderò prima di tutto a quest’ultimo articolo. In esso sembra che l’autore abbia sentito l’appellativo di “revivalista” quasi come se fosse un insulto.
Voglio rassicurare che non si tratta assolutamente di un’offesa: io stesso sono revivalista e non ricostruzionista (shock!), d’altra parte ritengo che sia opportuna la più totale onestà intellettuale nell’affrontare l’argomento “stregoneria storica”. Molte volte, difatti, si tenta di usare il passato per validare la propria pratica. A mio avviso questo atteggiamento è sbagliato.
A tal proposito, mi ha colpito molto il ragionamento contenuto ne “La Stregoneria Ritrovata”, che afferma la necessità di “un bisogno di validazione. Il bisogno di validare le proprie pratiche stregonesche è fratello della sete di conoscenza: in presenza di una moltitudine di rivendicazioni riguardanti la ‘vera’ stregoneria italiana, la strega spesso avverte la necessità di ancorare le proprie pratiche e credenze in una continuità storica che sembra fornire il certificato di autenticità che sancisce la legittimità della propria pratica. Entrambi questi sentimenti, da soli, sono ammirevoli.”

Eppure, secondo me, non si dovrebbe ricercare il passato per “bisogno di validazione” o di approvazione, non credo si debba aver bisogno di “sancire la legittimità della propria pratica” grazie alla storia, farlo, a mio avviso, sarebbe davvero un atteggiamento di svalutazione delle proprie capacità e della propria pratica. Equivarrebbe al ritenerla così priva di risultati dal doverla ancorare a una corrente. Sarebbe come dire “se non è stregoneria tradizionale 100% doc allora non ha alcun valore”.
Il bisogno di validazione non deve esistere in questo campo: io non ricerco il passato perché solo se la mia pratica coincide con quella del passato ha valore, ma ricerco il passato perché voglio sapere cosa c’era.
Nel caso in cui il mio sentire coincida con quello del passato allora prenderò la via del ricostruzionismo, se coincide solo in parte prenderò la via del revivalismo. D’altra parte, tale categorizzazione non è sprezzante, non si asserisce che una via sia meglio dell’altra, semplicemente occorre fare una simile divisione in modo per due ragioni:
1) Dare la possibilità a chi ha un sentire che coincide con il ricostruzionismo di aderire al ricostruzionismo e chi ha un sentire che coincide con il revivalismo di aderire al revivalismo, senza costringere i primi a seguire la seconda strada e viceversa.
2) Per onestà intellettuale, in modo che si possa davvero capire cosa fosse la stregoneria del passato senza finire nei mille e uno libri che spacciano una propria interpretazione della stregoneria per “la stregoneria storica”.
A tal proposito chiediamoci: perché accade questa sostituzione? Perché la gente tende a sostituire la descrizione della stregoneria del passato con quella della propria stregoneria?
Proprio per bisogno di validazione. Tale bisogno di validazione, secondo la mia onesta opinione, non è “ammirevole”, è anzi fonte di autoinganno: se siamo portati a dare maggiore valore a quanto vi è di più antico, tenderemo a spacciare il nuovo per l’antico in modo da autoconvincerci che la modalità di pratica che seguiamo coincida con quella del passato, anche se non è così.
Questo bisogno di validazione, che l’autore de “La Stregoneria Ritrovata” sostiene non si debba mai combinare con la sete di conoscenza, viene invece soppiantato proprio da essa. Difatti più conosciamo, più siamo messi di fronte alla verità dei fatti. Più conosciamo più capiamo che non ha senso fingere che la stregoneria del passato coincidesse con quella che pratichiamo oggi. Più conosciamo e più possiamo essere oggettivi.
Io stesso ho smesso di ricercare conferme della mia pratica nella storia proprio grazie ai libri, proprio grazie alla conoscenza. Non a caso per me gli Dei non sono semplici spiriti, per molti anni sono stato duoteista (ovvero credevo che tutti gli Dei fossero un unico Dio e tutte le Dee un’unica Dea), credo nella reincarnazione, tutte cose che assolutamente sono estranee alla concezione della Stregoneria Tradizionale che riporto. Dunque quando asserisco che la stregoneria storica fosse animista, che non credesse nella reincarnazione, ecc. sto andando contro i miei stessi interessi, pertanto non ho alcun secondo fine a dire ciò che era la stregoneria del passato, perché non baso la mia pratica o le mie credenze su ciò che era il passato.

Perché dunque credo che sia utile approfondire il ricostruzionismo se io stesso non sono ricostruzionista? Dato che scrivo in un blog wiccan, riformulo la domanda in maniera adeguata a questo contesto: in che modo il ricostruzionismo della Stregoneria Tradizionale è utile alla Wicca?

In primo luogo a livello di pratiche: le varie ritualistiche magiche, divinatorie, le modalità di trance, ecc. potrebbero essere riusate dai praticanti wiccan senza alcun problema.

In secondo luogo a livello di attenzione ad altre creature spirituali oltre agli Dei: il culto agli spiriti della Casa è una realtà nelle tradizioni europee pre-wiccan (pensiamo alle offerte al Browny o al Monacello), così come quello agli spiriti degli Antenati, dei Luoghi e al Famiglio. Considerando che in alcuni casi la popolazione faceva giornalmente offerte a tali spiriti, includere nella pratica queste devozioni potrebbe arricchire di molto la Wicca.

Infine, il punto più importante è sicuramente il pantheon: il ricostruzionismo della Stregoneria Tradizionale è importante soprattutto perché permette di scoprire figure rimaste nascoste finora, ci permette di ritrovare i nomi degli Dei che venivano venerati nelle diverse terre, pertanto permette agli stessi wiccan di arricchire il proprio pantheon. La Wicca ha difatti numerose forme, tra cui alcune tutelar-centered, ovvero in cui i praticanti hanno Divinità Tutelari. La maggior parte dei praticanti wiccan, oltre a ciò, sceglie di solito uno specifico pantheon con cui lavorare.
Il ricostruzionismo della Stregoneria Tradizionale dà modo a tutti questi wiccan di poter scegliere, oltre Divinità nordiche, romane, celtiche, egizie, ecc. anche quelle a capo del Sabba nelle varie regioni, e addirittura figure a guida della Caccia Selvaggia o del Popolo Fatato quando Caccia Selvaggia e Corte Fatata si intersecano con il tema della stregoneria.

Non sarebbe stupendo per un praticante wiccan poter scegliere come Dio Patrono, oltre a Thor, Loki, Cernunnos, Pan, Dioniso, anche Hellequin o Christsonday? O come Dea Matrona, oltre a Iside, Astarte, Inanna, Brigid, anche la Donna del Buon Gioco, Madonna Oriente, la Regina di Elphame o Fraw Saelde?

Mi è stato risposto che trovare i nomi degli Dei non serve, che sono gli Spiriti a farsi vivi. Eppure in molti casi la sensazione che diversi praticanti hanno è di sentire la presenza di un’Entità a loro vicina, ma di non saperla concettualizzare, non sapere come approcciarla: ritrovare il nome che corrisponde a tale sensazione spesso permette proprio di passare dalla sensazione stessa alla pratica, dal “sentire” soltanto che quello Spirito c’è all’intessere un legame con lui. Ecco perché secondo me è importante. Questo è ancora più importante per gli Dei, in quanto molto meno legati a realtà prossime al praticante: nel caso di uno spirito della casa o dello spirito di un luogo, per quanto ciò possa essere suggestivo, riprendere il nome esatto in dialetto con cui tale spirito era chiamato non ci serve altrettanto proprio perché la nostra casa è quella, un luogo è quello, i nostri parenti defunti li conosciamo. Invece un Dio o una Dea non li conosciamo, possiamo dunque usare il nome come strumento proprio per conoscerli e concettualizzarli, come strumento di indagine sulla loro realtà, su chi sono e sul motivo per cui sono legati a noi.

 

Sogno o iniziazione?

Come immaginavo, la mia asserzione per cui la stregoneria storica sarebbe un “sistema di credenze emulate” è stata vista come la negazione della componente fisica del sabba, come se il sabba fosse esistito solo nel sogno e nella visione.
Ciò che volevo affermare è invece differente: il sabba non è solo in sogno così come non è solo fisico, è possibile osservarlo in entrambe le modalità. Moltissimi casi di sabba fisici poi si scoprono essere sabba in sogno per il semplice motivo che appaiono elementi contrari alle leggi di natura nei loro racconti. Ad esempio il caso di Madonna Oriente citato da Dragon Rouge nella sua risposta “Precisazioni su Striaria”, da lui considerato esempio di “stregoneria congregazionale”, ovvero di sabba fisico, in realtà è sicuramente una visione, dato che in essa appaiono anche morti che partecipano alla riunione.
D’altra parte i casi di Milano sono due: Sibilla e Pierina, ed entrambe riferiscono la stessa visione. Come possono essere così simili? Evidentemente perché è stata interiorizzata la stessa credenza, la stessa leggenda sul sabba.
Ciò ci fa capire perché è impossibile parlare della stregoneria come qualcosa di esclusivamente locale e iniziatico: se ciò che si fa in sogno è simile a ciò che avviene nel sabba fisico, vuol dire che ciò che è fisico è un’emulazione di ciò che avviene in sogno, dato che chi sogna sicuramente non ha partecipato fisicamente al sabba. Ciò che avviene in sogno, a sua volta, è influenzato dalle leggende e dalle credenze che sono condivise nella popolazione di cui fa parte.

Ergo è da escludere che la Stregoneria fosse iniziatica, come afferma invece l’autore di “Alla ricerca della stregoneria”: anche trovare esempi di sabba fisici non scuote in alcun modo questo punto, perché il sabba fisico non è prova che un culto iniziatico sia sopravvissuto, è solo prova che qualcuno ha messo in atto un tema che ha caratterizzato i sogni, le visioni e le leggende di moltissima parte della popolazione del passato.

Pensare poi, come fa tale autore, che la stregoneria fosse esclusivamente formata da distinti culti misterici mai mutati, nega inoltre che le leggende sulla Buona Società (ovvero che ci fosse una società segreta al seguito di una figura ultraterrena, che per comodità chiameremo Domina Nocturna, che in determinate notti sarebbe andata al suo seguito di casa in casa a mangiare e a danzare dispensando benedizioni – che successivamente diventerà un ritrovarsi in un luogo specifico a danzare e mangiare in onore della Domina stessa) siano penetrate all’interno dei vari culti locali. Queste leggende circolando per tutta Europa hanno costituito la “base comune” della Stregoneria Europea, mentre le rimanenze locali (quelle che l’autore chiama culti misterici – anche se non possiamo definirli così a priori, dato che non sappiamo se fossero culti misterici già in età romana o se si tratta solo di rimanenze di culti che erano ufficiali in età imperiale) hanno contribuito a creare differenze, ma non si può negare l’esistenza di tali rimanenze (e quindi delle differenze locali) né – come sembra invece fare l’autore – delle leggende (e quindi dell’unicità di fondo).
Tale unicità non è ovviamente pre-esistente, non ha un’origine precristiana, sicuramente la Chiesa stessa ha messo il suo zampino nel diffondere, con i suoi preti, sermoni contro questa credenza, ottenendo l’effetto contrario di espanderla oltre i confini nazionali dove è nata e di renderla base comune europea della Stregoneria. Possiamo dunque dire che la Stregoneria come fenomeno pan-europeo sia nata grazie a un enorme effetto Streisand. L’effetto Streisand è un fenomeno per cui più si cerca di rimuovere un’informazione, più tale informazione viene invece pubblicizzata. Ginzburg stesso fa notare nei suoi libri questo effetto (sebbene non con questo nome), quando parla di come in molti processi per eresia si dovette correre ai ripari evitando di annunciare davanti al popolo le credenze eretiche del condannato perché in passato ciò aveva portato a far diffondere idee eretiche nella popolazione.
D’altra parte è vero pure che le rimanenze locali rimasero, e difatti possiamo notarlo nelle piccole differenze tra una stregoneria e l’altra: sebbene il cuore del fenomeno rimanga lo stesso (in quanto basato sulla stessa leggenda), le date dei sabba differiscono a seconda dell’area presa in esame, così come anche chi è a capo delle streghe, abbiamo difatti diverse Dominae Nocturnae (e raramente anche Domini) a seconda della regione: Perchta ad esempio in Germania, la Regina di Elphame in Scozia e così via.

 

Leland o non Leland? Non è questo il dilemma

Il discorso sull’autenticità di Leland si lega molto a questo punto, dato che gli esempi che ho portato su figure simili ad Aradia sono stati scartati per una questione di prossimità geografica. Ho difatti portato come casi di figure simili ad Aradia e legate ad Erodiade:
– Araja o Arada in Sardegna;
– Arada in Romania;
– Erodiade nelle leggende di Roma;
– Aredodesa  o Redodesa in Veneto;
– figure collegate ad Erodiade nel folklore dei Balcani.

Mi è stato risposto – ignorando, in verità, gli esempi italiani – che la Romania e i Balcani fossero troppo lontani geograficamente per costituire un’influenza.
D’altra parte, io non intendevo assolutamente sostenere che vi sia stata un’influenza da parte dei Balcani o della Romania verso l’Italia, mostravo solo come determinate località che facevano parte – al pari dell’Italia – dell’area in cui le leggende sulla Buona Società si diffusero, ovvero l’Europa, avevano nel loro folklore legato alla Stregoneria la figura di Erodiade, tra l’altro alle volte con nomi molto simili ad Aradia.

Come replica si è asserito che la figura di Erodiade e quella di Diana erano creazioni degli inquisitori, quindi per definizione il testo di Leland non avrebbe potuto riportare un culto autentico, dato che tali figure non avrebbero mai fatto parte realmente di un culto popolare.

In verità, però, che Diana sia rimasta nel folklore locale è evidente – senza dovermi spingere a cercare molto in là – già nello stesso nome della Janara campana, così come in quello delle Janas sarde.
E’ possibile poi pensare che – dato che il culto di Diana è storicamente legato ad Apollo – sia rimasto anch’esso, difatti il Lucifero dell’Aradia, Dio del Sole fratello di Diana, è chiaramente Apollo. Come detto nel mio precedente post, il tema di Diana e Lucifero ha un corrispettivo nel folklore romeno con Ileana Sânziana e Făt-Frumos, lei fata della Luna, il cui nome deriva proprio da Diana, e lui suo fratello rappresentante il Sole, che si innamorano.
Questo, nuovamente, non per dire che la Romania abbia influenzato l’Italia, ma per asserire che sussiste un precedente.
Che Apollo possa essere stato chiamato Lucifero non è una sorpresa, dato che è stato da sempre demonizzato, essendo stato uno dei principali Dei del mondo greco-romano: pensiamo al fatto che è stato molto spesso associato ad Apollyon, un demone distruttore dell’Apocalisse cristiana. Oppure rendiamoci conto che molti altri Dei sono stati demonizzati, collegati anch’essi alle rispettive Dominae Nocturnae proprio come loro paredri. Un esempio tra tutti è quello del Re delle Fate nel processo di Isobel Gowdie, che, come riporta la storica Emma Wilby nel libro “The Visions of Isobel Gowdie”, è stato poi associato al Diavolo.

Che la figura di Erodiade sia rimasta nella tradizione popolare è evidente, oltre che dagli esempi rumeni, veneti, balcani, sardi e di Roma, anche dall’evidenza che tale personaggio ha caratterizzato numerose leggende e influenzato addirittura capolavori letterari come l’Ysengrimus.
Questa figura è così permeante addirittura da essere legata a un Cacciatore Selvaggio. Viene difatti trovata in forma maschile (probabilmente come forma allargata di patronimico) in tradizioni legate alla Caccia Selvaggia sia in Francia che in Germania: nella prima dà il nome al fenomeno, che così viene chiamato “Chasse Hérode”, mentre nel secondo caso il Cacciatore Selvaggio stesso viene chiamato Röds o Herodis. Questo, tra l’altro, collega la Caccia Selvaggia alla Stregoneria, come vedremo.
Anche per Erodiade, dunque, possiamo dire con certezza che esiste ed è esistita nel folklore.

Ma prendiamo per buono che Diana ed Erodiade siano creazioni degli inquisitori. Queste creazioni non riuscivano forse a penetrare nelle tradizioni popolari? Sì che vi riuscivano. Difatti Ginzburg ci mostra che le pressioni degli inquisitori spinsero i benandanti a interiorizzare la concezione che fossero adoratori del diavolo. Perché mai dunque non è possibile che le figure di Diana e di Erodiade siano state interiorizzate nella cultura popolare? Difatti la stessa credenza nel corteo delle streghe è un’interiorizzazione della predicazione dei sacerdoti, che diffondevano la leggenda della Buona Società da una parte all’altra d’Europa. Quindi è possibile che, citando Diana come Domina Nocturna a capo della Buona Società, in alcune località Diana sia stata sostituita come guida delle streghe da una figura folklorica autoctona, in altre dove Diana veniva già adorata e vi era una rimanenza della sua venerazione tale culto abbia preso nuova forza e sia stata associata alla Stregoneria (magari assieme a figure vicine, di cui Lucifero-Apollo dell’Aradia potrebbe essere un esempio) e infine in altre ancora Diana ed Erodiade siano state assimilate senza filtro alcuno nelle leggende popolari locali sulla stregoneria.

Tutto questo discorso parte però dal presupposto che Leland debba essere autentico. Mettiamo pure che non sia autentico, che sia tutto inventato. Va benissimo, d’altra parte che la figura di Erodiade con un nome simile ad Aradia sia parte del folklore del nostro Paese è possibile vederlo dagli esempi che ho riportato in precedenza, di cui il più rassomigliante è quello sardo: Arada. Pertanto qualora fosse un falso, usando il testo di Leland riprenderemmo la stessa figura, Erodiade, impiegando un nome uguale a quello sardo con una lettera in più. Una “i” in più in un nome stramodificato nel corso dei secoli farà forse arrabbiare la Dea a cui è assegnato? Non penso proprio.
Dunque anche qualora Leland avesse mentito, costituirebbe una perfetta base per il ricostruzionismo del culto di Diana ed Erodiade, che come abbiamo visto è storicamente accertato. Difatti il suo lavoro è perfetto sia nella struttura del sabba (coincidendo con l’idea popolare pre-wiccan del sabba costituito da danze, musiche, banchetti e rapporti amorosi in onore della Domina Nocturna), sia nelle offerte (citate nel capitolo “Diana e i bambini”), sia nel pantheon (come abbiamo appena visto) e sia, infine, nella ritualità (priva di ogni influenza cerimoniale od orientale comune negli attuali libri di esoterismo).

D’altra parte, una delle principali obiezioni all’autenticità del testo di Leland è che, dato che “in Aradia appare la Diana classica piuttosto che la “Domina Ludi”, la “Signora del gioco”, è un segno che sul Vangelo c’è stato un intervento di influenze “colte””.
Ebbene, questa Diana descritta come classica non lo è affatto. Infatti cosa fa Diana in “Diana e i bambini”? Porta una parte della propria caccia al prete che la bestemmia. Questo potrebbe essere visto come il classico elemento di Diana, la caccia.
Ebbene, invece il dividere il bottino di caccia è un tema legato al Cacciatore Selvaggio, figura questa storicamente connessa alla Stregoneria.
Le leggende sulla Caccia Selvaggia raccontano difatti che al passare del Cacciatore Selvaggio, colui che gli avesse chiesto parte del suo bottino o della sua caccia avrebbe ricevuto un pezzo di cadavere. A seguito di ciò la persona poteva sentirsi male o addirittura morire. Questa vicenda correla perfettamente con Diana che dà come parte della sua caccia la testa di un condannato alla pena capitale, a cui segue la morte del sacerdote. Nonostante solitamente il Cacciatore Selvaggio fosse un maschio, un precedente femminile esiste ed è Percht, che tra l’altro è anche lei connessa a una leggenda sul bottino della Caccia Selvaggia.
Il fatto che tale dettaglio non sia stato notato porta a sostegno una possibile autenticità del testo lelandiano, dato che un intervento colto non avrebbe avuto alcun motivo di essere così poco distinguibile e di passare inosservato.
Allo stesso modo, non si spiega come mai il tema di Caino sulla Luna sia riportato da Giggi Zanazzo nel suo lavoro sulle credenze e gli usi del popolo di Roma un anno dopo la pubblicazione dell’Aradia, senza che abbia mai conosciuto Leland o le sue opere e senza che abbia mai ricevuto critiche in merito a quest’elemento. Se il testo di Leland è realmente falso, e se non poteva accedere a questa informazione perché successiva di un anno al suo lavoro, come mai essa coincide con quelle contenute nella sua opera?

 

Le due stregonerie

Ne “La Stregoneria Ritrovata”, mi è stato detto di aver posto “confini arbitrari attorno a ciò che è o non è stregoneria” .
Riporto:
“Molte streghe, spesso quelle che si autodefiniscono ‘ricostruzioniste’, tendono a dismettere l’esperienza e le pratiche dei guaritori di campagna, dei maciari, dei ‘santoni’ delle nostre campagne. Agli occhi del ricostruzionista, sono questi rimasugli storici di poco valore. Queste persone non volano al sabba, di sicuro non sono streghe. […] il ricostruzionista spesso ignora l’esperienza vissuta degli operatori spirituali del territorio per rinchiudersi nell’esegesi di frammenti storici derivati da un passato remoto che ci è per lo più inaccessibile. […]Ci aspettiamo di trovare un culto stregonesco organizzato, e di conseguenza dividiamo i praticanti del passato in ‘streghe’ e ‘non-streghe’ – un’operazione che probabilmente deriva più dalle ‘witch-wars’ tra le diverse correnti della stregoneria contemporanea, che alla visione del mondo che quelle che chiamiamo ‘streghe’ del passato avevano. Secondo, depriviamo persone storicamente esistite di un’esistenza complessa e di interessi molteplici. Ci aspettiamo che queste persone rispondano alle categorie che abbiamo creato per loro, e quindi ne facciamo individui uni-direzionali, monolitici e incapaci di eclettismo.”

Mi duole leggere queste parole, perché non è assolutamente ciò che intendevo comunicare. Nessuno ha intenzione di screditare l’esperienza e le pratiche dei guaritori di campagna, nessuno vuole dire che la loro non sia stregoneria.
Non vi è alcun dubbio che la Stregoneria dei maghi popolari sia una Vera Stregoneria, nessuno dice il contrario. Ed è altrettanto vero che nessuno, ricostruzionista o revivalista che sia, può permettersi di screditare il lavoro di questi guaritori.
D’altronde è ovvio che ciascuno si affaccia alla Stregoneria per motivi diversi, i principali sono due: religiosi e magici. Spesso le due cose si uniscono, ma altrettanto spesso no.
Difatti è vero che la maggioranza delle persone che andavano con la Buona Società era anche praticante di magia, però è vero anche che la maggioranza dei praticanti di magia NON andava con la Buona Società.
Si tratta di insiemi, l’insieme A che rappresenta la pratica della magia popolare include la maggior parte dell’insieme B che rappresenta il culto della Buona Società, ma la maggior parte dell’insieme A non si interseca con l’insieme B.
Perché è accaduta questa divisione in insiemi? Storicamente parlando, perchè la magia popolare spesso è una rimanenza locale, quindi è iniziatica e ha la tendenza ad assimilare, mentre il culto della Buona Società è l’attualizzazione di una leggenda, diffusa dalle predicazioni dei sacerdoti, che si è unita alle rimanenze locali. Pertanto solo la parte della magia, che è ripresa dalle tradizioni autoctone, è iniziatica nel culto della Buona Società, mentre gli aspetti del Sabba e del viaggio extracorporeo sono semplici attualizzazioni. Non essendo iniziatica, l’aderenza al culto della Buona Società non veniva quindi trasmessa assieme al passaggio delle conoscenze magiche.
Da ciò ne deriva che la maga popolare non è una strega della Buona Società anche e soprattutto perchè l’aderente alla Buona Società poteva anche non saperne nulla di magia popolare, dato che se interiorizzi una leggenda nei sogni e la metti in atto non è che in automatico ciò ti conferisca una conoscenza degli scongiuri o delle ritualistiche magiche popolari.
Questa suddivisione in insiemi si nota anche nei processi: la maggior parte erano verso innocenti o coloro che avevano fatto una fattura o un incantesimo a qualcuno, solo pochissimi erano verso persone legate alla Buona Società, e si riconosceva notando che asserivano cose contrarie al “copione” degli inquisitori, riportando elementi che stonavano. Pertanto anche gli storici dovrebbero, in teoria, concentrarsi sulla stregoneria come magia popolare e non come culto della Buona Società. Allora perché lo fanno?
Perché è un fenomeno raro.
Esatto, sembra paradossale ma è raro trovare accenni alla Buona Società. Di pratiche magiche popolari ne siamo davvero pieni, non abbiamo bisogno di ricostruzionismo per quelle, perché abbiamo così tanto materiale da far impallidire la biblioteca di Alessandria. In confronto, il materiale che abbiamo sulla Buona Società è un granello di senape, è nullo, sembra quasi sparire alla comparazione.
Ciò non significa che, perché più comune, possiamo allora discriminare la magia popolare, e mi dispiace se il mio post ha dato questa impressione. Piuttosto dobbiamo capire a quale stregoneria facciamo riferimento.
Non è discriminazione o voglia di screditare quella di affacciarci di più alla stregoneria intesa come culto della Buona Società o alla stregoneria intesa come magia popolare.
Sono due stregonerie, entrambe valide, che hanno entrambe motivo di esistere.
D’altronde, se il mio scopo, il motivo per cui mi sono avvicinato alla Stregoneria, è quello di ritrovarmi in un culto, sentirmi a casa con una Divinità o con un pantheon, cercare di incontrarla in stato alterato di coscienza, è ovvio che avrò una spinta maggiore nella mia analisi al culto della Buona Società, che intenderò la stregoneria come culto della Buona Società. Il resto lo escludo non perché non sia valido, è validissimo, ma non è il motivo per cui cercavo la stregoneria, o magari lo è in minima o minor parte.
Questo significa forse dire che le streghe della Buona Società non facessero uso della magia? Altroché se ne facevano uso. Magari però non abbiamo bisogno di ricercare in proposito per l’enorme quantità di materiale a nostra disposizione.
Questo significa forse fare witch wars o screditare il lavoro altrui? Assolutamente no, non è una witch war concentrarsi su ciò che si apprezza di più nell’ambito esoterico. Fare una scelta non significa automaticamente screditare quella degli altri.

Un altro estratto da “La Stregoneria Ritrovata”, con cui mi trovo meno d’accordo, è:

“I praticanti delle campagne incorporavano nelle loro pratiche elementi del sogno, di magia simpatica, della tradizione dei grimori e della magia cristiana. E’ possibile che le streghe che si unissero al corteo della Signora del Gioco adottassero un approccio eclettico simile. Ne avremo difficilmente la certezza, ma escluderlo a priori per il nostro bisogno di semplificazione vuol dire privare le streghe del passato di intelligenza, iniziativa e curiosità, riducendole a personaggi che hanno un senso solo nella nostra versione della storia.”

Per quanto riguarda la pratica eclettica, è vero che la magia popolare se poteva faceva uso del cerchio e di altri componenti (così come anche la magia praticata dal culto della Buona Società), e che se non lo faceva così spesso è dovuto alla differenza di classe tra mago cerimoniale e contadina che ne impediva il passaggio di informazioni così stretto (oltre al fattore della segretezza per molti maghi cerimoniali, soprattutto se interni al clero). E’ anche vero che ha ben poco senso definire una strega per ciò che NON faceva come il cerchio, i guardiani, ecc. D’altra parte immagino che questa differenza abbia un significato preciso: se si leggono i libri sull’esoterismo oggi possono essere ridotti nel 99% dei casi a “Come fare un cerchio e chiamare i guardiani”. Dire che il cerchio non veniva quasi mai utilizzato, sebbene non per motivi di principio ma logistici, permette di non dare tutta questa attenzione a un dettaglio che sembra aver schiavizzato gli scrittori esoterici.
D’altra parte concordo che anche l’”anti-cerchio” rischia di diventare un’ossessione alla pari del “fare sempre il cerchio” ed è sicuramente da evitare.

Per quanto concerne invece la magia cristiana, non concordo. Questa forse è la principale differenza che vedo tra magia popolare e prassi della Buona Società. Nel processo di Sibilla e Pierina vediamo difatti che confessano di non dover pronunciare il nome del dio cristiano durante il viaggio e arrivati al raduno. Quando si chiede loro il perché, rispondono che il motivo è quello di non offendere la Signora.
Questo contrasta completamente con l’idea del chiamare cristo, la madonna, dio, i santi, ecc. tipico della magia popolare.
Non a caso molto spesso si ritrovano rituali di dedica e di rinuncia alla cristianità nei processi, come il dare tutto sé stesso alla Domina da palmo a palmo, mettendo una mano sopra alla testa e una sotto i piedi.
Il tema del non pronunciare il nome di dio nel sabba per non offendere rimane per molto tempo, appare in diversi processi anche in forma demonizzata, si darà infatti come spiegazione che il nome del dio cristiano farebbe dissolvere come un’illusione tutto il sabba, lasciando gli astanti soli e nudi nella natura selvaggia. Un altro elemento derivante, come demonizzazione, da questa attitudine è quella del calpestare la croce durante il ritrovo.
Come vediamo sono temi molto molto presenti nella storia della Buona Società: è probabile dunque che inizialmente la cristianità e il culto della Buona Società (ma forse anche semplicemente la cristianità e il paganesimo locale) fossero antitetici, probabilmente si iniziò a fare qualche eccezione per la consuetudine sociale dell’andare a messa (ma anche lì, numerose leggende popolari parlano di streghe che, entrando in chiesa, prendono l’acqua dall’acquasantiera per pulircisi simbolicamente il didietro – sì, avete capito bene, Burzum ha tutto da imparare da queste simpatiche nonnine! –, probabilmente un “escamotage”).
Sicuramente con il passare del tempo questo tabù svanì o si fece meno pressante, in alcuni casi probabilmente l’avranno fatto solo per il sabba per poi chiedere aiuto a qualche santo in altri momenti, ma questi sono tutti sotterfugi o contaminazioni successive. Sappiamo che la venerazione cristiana era vista come offensiva verso la Domina, sappiamo che per colpa delle necessità tale tabù venne meno, ma loro erano obbligati ad andare a messa, noi che possiamo evitare del tutto perché dovremmo riprendere proprio la parte temporale più corrotta del culto della Buona Società? Se loro hanno iniziato ad agire ipocritamente o con stratagemmi, perché mai dovremmo riprenderli in queste azioni irrispettose? Perché mai dovremmo riprendere l’ultimo periodo in cui tale tabù svanì ignorando il periodo precedente (nel quale ad esempio sono collocati i casi di Sibilla e Pierina) dove esso era importante?
Ovviamente qui mi sto riferendo a chi riprende il culto della Buona Società, e non a chi è interessato alla magia popolare (come l’autore de “La Stregoneria Ritrovata”, se ho intuito bene), che ovviamente tali problemi non se ne fa.
Anche per distinzioni come questa è opportuno distinguere tra le “due stregonerie”, sebbene distinguere non significa discriminare. Ad esempio in questo caso è ovvio perché in un caso tale comportamento è accettabile mentre nell’altro no: la Stregoneria intesa come culto della Buona Società pone attenzione alla venerazione della Domina e ha come momento di picco di tale venerazione il Sabba, mentre la Stregoneria come Magia Popolare chiama le entità per ottenere fini specifici, e solo poi, in caso, si concentra sul legame devozionale con l’Entità chiamata.

Un’ultima differenza è quella del lavoro con le visioni. Se è vero che anche la magia popolare talvolta impiegava strumenti per far andare in trance la persona (pensiamo alle ripetizioni di scongiuri, all’idromanzia per trovare i ladri, ai sogni, ecc.) queste tecniche venivano usate in un numero ristretto di casi e soprattutto per fini determinati, per ottenere informazioni, per ritrovare oggetti perduti, per guarire, ecc. mentre un approccio completamente differente è quello delle streghe scozzesi che usavano la trance per viaggiare fino alla corte di Elphame o delle seguaci di Abonde che la seguivano nel suo cammino.
Ovviamente ciò è da intendersi in maniera simbolica, nel senso di usare la trance per scoprire l’Altro Mondo e la Divinità con cui si è creato un legame.
Con ciò non voglio dire che un fine sia migliore o più profondo dell’altro: alcuni hanno semplicemente troppi problemi in questo mondo per curarsi anche di quelli dell’altro, altri ritengono che un contatto precoce con l’Altro Mondo non sia adatto agli esseri viventi, altri ancora non ne vedono l’utilità.
Non vi è nessuna critica in questo: in diversi momenti della vita, in diverse situazioni, si avranno diverse priorità. Tutto qui.

 

L’approccio della differenza e quello della somiglianza

Arriviamo adesso al cuore di questo articolo (ma come, dopo tutto questo tempo ancora non siamo arrivati al punto centrale? Eh sì ragazzi, suvvia che leggere nutre la mente!).
Leggendo le due (in realtà quattro) risposte principali al mio articolo, “Alla ricerca della stregoneria” e “La Stregoneria Ritrovata”, ho notato che i due approcci all’analisi del fenomeno erano completamente opposti. Confesso di essermi ritrovato stranito ad aver incontrato nelle prime repliche critiche di un tipo e nell’altra critiche del tipo opposto. Solitamente quando ricevi delle critiche queste sono concordi, in questo caso però non è stato così, al che ho riflettuto e mi sono reso conto che, più che critiche, dovevo vedere i due atteggiamenti come diverse visioni, diversi approcci alla Stregoneria, che ho chiamato rispettivamente “approccio della differenza” e “approccio della somiglianza”. Come al solito, veritas in medias res est, e quindi è opportuno bilanciare queste due tendenze in modo equilibrato. A tal fine, ho deciso di tirar fuori gli argomenti che sono usciti in modo da vedere le due posizioni in merito a ciascuno di essi e stilare poi una mia sintesi derivante da entrambe.

– Idromanzia e Magia Cerimoniale:
E’ stato asserito che l’idromanzia fosse in realtà un approccio cerimoniale e che quindi il caso di Giuliano Verdena, tessitore mantovano processato nel 1489 che impiegava tale tecnica per mettersi in contatto con la Signora del Gioco, fosse una contaminazione cerimoniale con elementi stregoneschi. In verità, come rivela lo stesso Ginzburg, tale formula era usata in ambito popolare da classi sociali basse già da molto prima, difatti le stesse parole usate dal Verdena erano impiegate anche dalle classi meno abbienti per scoprire i ladri. La formula difatti non ha nulla a che vedere con gli angeli dei grimori, ma si trattava di una recitazione popolare che faceva più o meno così: “Angelo bianco et Angelo santo, per la tua santità et per la mia virginità [o, in alcuni casi, purità] mostrami il vero”. Un’altra versione, sempre usata in magia popolare per trovare i ladri, era “Angelo bianco, Angelo nero, mostrami il vero”.
Lo stesso Luigi Zanazzo, autore di un libro favoloso sulle tradizioni di Roma, parla della tecnica della Caraffa, che “consiste in d’una bbottija che la strega ggiudìa, facenno un sacco de scongiuri, ve la prepara, ve la mette su la tavola, e vvoi a quanto drento a ’sta Caraffa ce vedete comparì’ e’ llombetto o la ladra che vv’ha rubbato.”
Che fosse collegato alla Buona Società e al volo lo rivelano il processo contro Diell Breull dove una Domina Nocturna invita a guardare dentro catini d’acqua per avere visioni e quello riportato da Eva Pocs di una taltos che, fissando la vista in un catino d’acqua, si trasforma in animale e viaggia fuori dal corpo.
Giuseppe Pitrè riporta poi (ne l’“Archivio per lo Studio delle Tradizioni Popolari” I, 327) che a s. Giovanni i contadini del Napoletano mettevano fuori una secchia d’acqua per vedervi riflesse Erodiade e sua madre, collegate alla Stregoneria, come abbiamo visto – questo tra l’altro mostra ancora di più come Erodiade fosse parte della tradizione popolare e non un’invenzione degli inquisitori.
Inoltre l’uso di impiegare i catini o i secchi d’acqua per vedere la Processione dei Morti in determinate giornate è presente in Lucania, a Grumo Appula (BA), a Foggia e in molte altre parti d’Italia.
A cosa è dovuta, quindi, questa arbitraria esclusione dell’idromanzia dal patrimonio della Stregoneria?
Probabilmente a una visione della differenza: l’autore avrà sicuramente notato l’uso dell’idromanzia in ambito cerimoniale e avrà pensato che, essendo presente nella magia cerimoniale, non poteva sussistere anche in quella popolare o nella stregoneria della Buona Società.
In realtà anche la magia naturale citata molto spesso dai maghi cerimoniali coincide in buona parte con la magia popolare propriamente conosciuta, perlomeno nelle procedure (molto meno per le formule). Quindi molte tecniche, su questo livello, rimangono comuni. L’idromanzia sarà sicuramente una di queste tecniche. Le procedure più complesse, che fanno solitamente capo alla magia evocatoria e/o richiedono conoscenze astrologiche o di linguaggi (come ad esempio l’impiego di sigilli con caratteri in ebraico), sono invece solitamente quelle che differiscono di più.
In contrasto a questa visione, quella della somiglianza tende a vedere tutto come equamente possibile: il cerchio è parte della stregoneria così come lo sono gli scongiuri in dialetto.
Tale visione non riesce a distinguere dunque le contaminazioni, che solitamente sono eccezionali e si contano sulla punta delle dita, dalle regole. Pertanto se è vero che talvolta la strega poteva avere un libro del comando, aprire il cerchio, usare sigilli, bisogna tener conto che si trattava di eccezioni.
Questo nella pratica di oggi ci dice qualcosa? Assolutamente no, dato che si trattava di esclusioni non per principio, ma per pura mancanza di possibilità di venirne a contatto. Però tale assenza ci fa capire anche che molte di queste procedure, impiegate quasi come dogmi dai moderni esoteristi che non farebbero mai alcun rituale senza aprire il cerchio, chiamare i guardiani o avere tutti e centomila i loro strumenti perfetti, ordinati per elementi, purificati e consacrati, che agiscono con l’ora magica giusta seguendo il corso dei pianeti in maniera impeccabile, sono ben poco essenziali come si suole invece credere.

– Benandanti e streghe:
La visione della differenza fin da subito distingue tra streghe che vanno con la Signora dai benandanti e altri praticanti geograficamente vicini che lottano in spirito per la fertilità.
In verità questa divisione geografica è fittizia, pensare che solo il mondo slavo e balcanico abbia il tema delle battaglie in spirito e che dunque i benandanti siano da attribuirsi a questa corrente e differiscano perciò dal resto della stregoneria del nostro Paese è errato: pensiamo ad esempio ai Mazzeri, che combattono anche loro in spirito, e si trovano in Corsica, quindi quasi attaccati alla Sardegna, ben lontano dall’area slava.
La visione della differenza sottolineerà come i mazzeri lottino tra di loro, mentre i benandanti lottano contro streghe o spiriti maligni. In realtà anche nel caso dei praticanti centro-europei accomunati ai benandanti vi sono lotte tra gruppi appartenenti alla stessa tipologia. Ad esempio gli zduhaći (presenti in Montenegro, est Erzegovina, parte della Bosnia e nella regione di Sangiaccato della Serbia sud-occidentale) combattono contro altri zduhaći, così come anche – riporto da Shamanistic Elements in Central European Witchcraft (Gábor Klaniczay & Mihály Hoppál: 267-292) – “i táltos[, che] non combattevano le streghe per la fertilità; combattevano tra di loro”.
Non solo, Burcardo di Worms scrive nel suo Decretum, già agli inizi dell’anno mille, assieme alle invettive contro il corteo della Domina: “hai creduto, come alcune donne sono abituate a credere, cioè che in virtù di altri arti fornititi dal diavolo di aver attraversato nel silenzio della notte quieta attraverso porte chiuse per volare tra le nubi, dove hai intrapreso battaglia su altri, sia infliggendo sia ricevendo ferite”.
Questo ci fa ipotizzare che le leggende sulla Stregoneria fossero inizialmente composte da (almeno) due temi, il primo del corteo di casa in casa (che si stabilizzerà e diventerà il Sabba) e il secondo delle battaglie in Spirito (che via via scomparirà fino a restare solo in alcune aree geografiche, aree dove il complesso del sabba spesso non si svilupperà proprio se non direttamente in forma demonizzata).
La visione della somiglianza utilizzerebbe questa scoperta per affermare che non vi fosse differenza alcuna tra le tradizioni stregonesche d’Europa, d’altra parte ciò non è così: nella pratica, essendo il sabba derivato dal corteo di casa in casa che compiva la Domina Nocturna, non ha motivo di esistere o di essere ripreso in molte delle tradizioni centro-europee, che avranno invece una spiccata attenzione sul viaggio in trance.
Allo stesso modo, per le aree geografiche che condividono il corteo di casa in casa (e quindi anche il sabba da esso derivato), vi sarà una struttura comune ma molte differenze nella specifica Domina Nocturna omaggiata, nei giorni legati al sabba, nelle procedure e nelle formule impiegate a livello magico e divinatorio, e così via.

– Folklore vs Processi:
Un approccio della differenza affermerebbe che bisogna fare affidamento esclusivamente sui processi perché solo in essi era presente direttamente la voce del praticante.
Questa idea però è errata per un motivo molto semplice: non possiamo distinguere l’esperienza diretta dalla credenza popolare riportata in un processo. Per questo motivo, buona parte delle testimonianze degli inquisiti altro non è che folklore popolare riportato in aula. In buona sostanza possiamo sapere cosa si credeva, possiamo ipotizzare che venisse messo in atto, ma non possiamo sapere con esattezza da chi.
Questo approccio inoltre non tiene conto che la maggior parte delle streghe altro non era che persone che avevano introiettato credenze folkloriche sulle streghe e le avevano rivolte a sé stesse.
Che il folklore possa dare una conferma di ciò che troviamo nei processi è dimostrato dalla presenza della figura della Donna del Buon Gioco e di Perchta nelle proprie rispettive leggende popolari locali.
L’approccio della somiglianza, partendo da ciò, tende però a esagerare, facendo collimare le date del sabba con le date di qualsiasi festa popolare. In realtà i sabba sono folkloricamente collegati alle streghe, e in particolari casi possono coincidere con le giornate legate al ritorno dei morti in virtù del collegamento tra Processione dei Morti, Caccia Selvaggia e Stregoneria.
L’approccio della differenza tende a essere processo-centrico, per questo motivo esclude che qualsiasi culto pagano sia rimasto ai giorni nostri o fino a un paio di secoli fa, dato che oltre un certo periodo non si riscontra più alcuna menzione di Divinità pagane nei processi.
Tutto ciò è sconfermato da esempi lampantissimi che mostrano come episodi di culti pagani siano rimasti fino a pochi decenni fa, pertanto interi sistemi è possibile che siano sopravvissuti fino a un secolo fa: pensiamo a Maimone, celebrato in Sardegna fino a meno di vent’anni fa, al culto di Cupiddo che Aldo Onorati ha testimoniato esistesse fino agli anni ’60, o infine alle testimonianze di Gustav Henningsen che ha mostrato l’esistenza di Donne di Fuori siciliane ancora negli anni ’80.
Con ciò non voglio dire che fosse tutto vispo come secoli fa, ma che alcuni focolai sono rimasti quasi fino a noi.

– Spiriti Familiari: sempre presenti e solo di un tipo?:
L’approccio della differenza ritiene che i Famigli debbano essere sempre presenti, e che debbano essere presenti solo quelli di un tipo: quelli umani.
L’approccio della somiglianza afferma invece che i Famigli non fossero necessari e che potessero essere di ogni genere, dalla pianta al minerale all’umano all’animale.
Entrambe queste visioni sono limitative: non è vero che i Famigli fossero sempre presenti, dato che né le donne descritte dal Canon Episcopi, né le seguaci di Abundia del XIII secolo, né le conosciutissime Sibilla e Pierina ne avevano. Inoltre i processi, anche italiani, sono pieni di riferimenti a mutazioni in animale o a cavalcate di notte nell’aria sul dorso di animali. Che essi siano o meno considerabili famigli dipende solo da noi.
Allo stesso modo, non è giusto dire che il famiglio fosse sempre assente, è presente in numerosi casi, e la stessa Domina Nocturna, se vogliamo, in quanto alleato, è un Famiglio, e non possiamo avere una Buona Società se manca una Domina Nocturna.
Inoltre nonostante teoricamente sia possibile avere famigli di ogni tipo, storicamente alcuni sono più comuni di altri, pensiamo a quelli fatati (soprattutto le fate della casa, come il Browny, come ci dimostra Emma Wilby), umani trapassati (es. Tom Reid per Bessie Dunlop) e animali (pensiamo all’Imp o alle Gatte Masciare che si trasformavano proprio nel loro famiglio).

– Domina Nocturna vs Dominae Nocturnae
Se l’approccio della differenza asserisce che ogni tradizione è da considerarsi religione a sé, senza alcun legame con le altre, quello della somiglianza sembra invece voler affermare che tutte le diverse Dominae Nocturnae siano derivanti da un’unica figura. Che tale figura sia ora Epona, ora una Dea germanica, ora ancora Ecate o chissà quale, non importa. Non si capisce perché, ma la possibilità che le diverse Dee non siano sincretizzabili tra loro sfugge. Eppure, se si trattasse della stessa Dea, perché tutti questi nomi diversi? Che ci sia una base comune è giusto, ma se non riconosciamo la differenza delle varie tradizioni compiamo uno sbaglio.

– Caccia Selvaggia, Processione dei Morti e Stregoneria
Spesso che Caccia Selvaggia, Processione dei Morti e Stregoneria siano collegate dà fastidio a chi sostiene la visione della differenza.
Tutte fanno capo a un unico tema: quello del viaggio verso il regno degli spiriti. Eppure c’è chi distingue tra spiriti e spiriti: un conto è se gli spiriti sono vivi come le streghe, un altro se sono morti, un altro ancora se sono una muta di cani spirituali.
Che i cani rappresentino da sempre le anime dei morti è cosa risaputa, ma tale collegamento spesso è sottolineato dalla presenza, nelle leggende, di cani o cavalli con tre gambe o da racconti in cui demoni e morti asseriscono di potersi mutare in animali.
Che gli spiriti fossero tutti bene o male interscambiabili si nota poi da esempi palesi come la presenza di una Regina delle Fate a capo delle streghe che è collegata a Christsonday che viene descritto come un angelo e che manda ai suoi protetti (come ad esempio Bessie Dunlop) dei famigli. All’interno del suo corteo, secondo la leggenda di Tam Lin, e all’interno della sua corte, secondo quanto ci riporta Emma Wilby, si trovano persone morte. La stessa Regina di Elphame viene associata al Diavolo nel processo di Isobel Gowdie. Qui vediamo dunque in maniera quasi interscambiabile: fate, streghe, famigli, morti, angeli e demoni.
I famigli stessi vengono descritti da un sacerdote scozzese del XVII secolo, secondo quanto ci riporta Emma Wilby, come dei “diavoli bianchi”, e vengono associati a loro volta a fate della casa come Browny e Robin Goodfellow.
Juliana Winkerin, vissuta nel XVI secolo a Umes nelle Alpi Tirolesi, affermò allo stesso modo di far parte della Buona Società, la cui guida a capo di essa veniva chiamata “Regina della Terra degli Angeli”, “Regina degli Elfi” e “Regina degli Angeli”. Come vediamo, ancora una volta angeli, elfi e streghe (ovvero membri della Buona Società) sono visti come interscambiabili.
In un clima di questo tipo come si può pensare che esistesse davvero, per la popolazione, una differenza tra classi di spiriti e quindi tra corteo delle streghe, corteo dei morti e corteo del Cacciatore Selvaggio?
Senza contare che i tre fenomeni spesso avevano le stesse scadenze calendariali, tradizionalmente quelle deputate al ritorno dei morti: nello stesso periodo di tempo si diceva vagasse il Cacciatore Selvaggio, la Processione dei Morti e il Corteo delle Streghe.
Vi sono esempi poi in cui tale collegamento è lampante, come nel caso dello Sluagh, che è connesso a tutti i fenomeni. Esso è composto da defunti morti durante una battuta di caccia, spesso accompagnati da cani ultraterreni detti Cu-sith. Lo Sluagh è una processione fatata, connessa alla caccia al pari del Cacciatore Selvaggio, e a capo vi è la Regina delle Fate, la stessa che governa le streghe.
Jacopo Passavanti nel XIV secolo scrive di chi “dice che vede morti e favella con loro, e che va di notte in tregenda colle streghe”. Quest’affermazione collega i due fenomeni: stregoneria e processione dei morti.
Numerosi sono poi i casi, tra cui il più famoso è sicuramente quello descritto da Renward Cysat, cancelliere di Lucerna, dove i morti andavano di casa in casa e si lasciava loro da mangiare, da bere e il letto ben fatto. Questo comportamento era lo stesso che si teneva per il corteo della Domina Nocturna.
Inoltre spesso il corteo di morti che andava di casa in casa includeva le anime di persone ancora in vita che volontariamente lasciavano il corpo per essere reclutate dalla processione. Il collegamento con le streghe è evidente.
Johannes Mathesius nel XVI secolo parla de “la vecchia Percht con la sua armata furiosa”. Ciò collega la Caccia Selvaggia (chiamata anche armata furiosa) alle streghe, dato che Percht è una Domina Nocturna.
Difatti numerosi sono i casi in cui le figure a capo della Caccia Selvaggia sono anche a capo delle streghe.
La visione della differenza fa poi distinzione tra Caccia Selvaggia e Processione dei Morti vedendo quest’ultima come meno pericolosa della prima. In realtà è molto probabile che la processione sia stata cristianizzata e che in origine coincidesse con la caccia selvaggia.
Questo si intravede in alcune leggende come quella per cui un novello marito, per giocare con i suoi amici, lascia la fede pochi minuti sulle dita di una statua, trovandola poi al ritorno con la mano chiusa. Spaventato, fa finta di niente ma lo spirito della statua lo tormenta la notte e l’uomo decide dunque di fare qualcosa per risolvere la questione. Chiede consiglio quindi a un frate, il quale gli suggerisce di domandare l’aiuto del capo della processione dei morti, ma facendo assoluta attenzione a non rivolgergli la parola per primo. Questo avviso, di non parlare per primo, fa dunque notare come dietro l’aria di innocuità anche la processione dei morti, se non si seguono le giuste regole, rischia di diventare fatale.
Anche la Messa dei Morti, variante della processione presente nel sud Italia, è piena di rischi. La leggenda vuole infatti che, vedendo una chiesa illuminata, qualcuno entri a sentir messa, scoprendo poi che si tratta della messa che sentono i morti. Il rischio in questione è quello di rimanere uccisi se non si scappa in tempo. Molte volte ciò non basta e anche coloro che fuggono si ammalano comunque.
Inoltre una leggenda sulla Processione dei Morti vuole che, chiedendo un lume alla Processione, quello che si riceve, tornati a casa, è un arto di cadavere. Questo elemento coincide con quello del bottino del Cacciatore Selvaggio di cui ho parlato prima, composto anch’esso da parti di cadaveri e donati a chi gli richiedeva parte della propria caccia.
Tra l’altro tutto ciò che ha a che fare con l’Altro Mondo mantiene un’eterna condizione di ambiguità: le Fate, ad esempio, sono sia dispensatrici di doni che coloro che ti sostituiscono tuo figlio con un changeling che deperirà piano piano.
La visione della somiglianza, in questo caso, però non deve farci confondere e far pensare che un’equità di significato implichi un’equità di apparenza. Sebbene il significato sia lo stesso, il Cacciatore Selvaggio solitamente si manifesta come un uomo (raramente una donna) guidato da una muta di cani, la Processione dei Morti come un corteo. Oltre a queste forme base, ve ne sono altre più specifiche, di cui parla abbondantemente Claude Lecouteux in “Phantom Armies of the Night”.

Questi sono solo alcuni dei temi tirati in ballo dagli articoli pubblicati, ma sicuramente mi hanno permesso di spiegare al meglio perché ritengo più valido un approccio mediano tra quello della differenza e quello della somiglianza.
Questo approccio nello scoprire la Stregoneria mi permette di asserire con risolutezza che, in fondo, la Stregoneria non si deve ricercare tra i due estremi ma si trova nel mezzo.
Ringrazio infinitamente gli autori che mi hanno permesso di riflettere in merito ai temi trattati e i gestori del blog per l’ospitalità in questa sede.
Per quanto riguarda le fonti da cui ho preso le informazioni contenute in questo articolo, coincidono con la bibliografia citata nel mio articolo precedente: “Alla ricerca della Stregheria”, pertanto per questo dettaglio rimando a tale post.

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Ecco alcune critiche all’articolo (spogliate dei contenuti personali):
“– Tutta la faccenda del “il sabba e l’iniziazione sono in sogno e quelli fisici li facevano perché volevano riprodurre quel che vedevano in sogno” è un assunto che ha per unico fondamento quel che credi tu. Se uno ti porta testimonianze di sabba fisici e avvicinamenti di streghe anziane a possibili novizie, e tu dici “sì, ma lo facevano così perché volevano riprodurre una credenza diffusa”, stai di fatto interpretando la cosa alla luce di una tua opinione, ma senza prova alcuna. Io potrei parimenti dire che le streghe avvicinavano le ragazze con la scusa dell’iniziazione per vendere loro delle pentole, e avrebbe la stessa validità della tua tesi.
[…]
– Davvero io dico che la stregoneria sarebbe un culto misterico romano mai mutato nel corso dei secoli? […] non l’ho fatto: ho solo avanzato l’ipotesi che la stregoneria “sia nata come (o derivi da un) culto misterico”, stop. […]
a) la mia asserzione della falsità di Leland partiva dal fatto che in nessun processo tosco-romagnolo compreso in 400 anni di inquisizione abbiamo testimonianza di una qualunque cosa detta nel Vangelo delle Streghe, punto a dir poco fondamentale che però non è stato minimamente toccato nella contestazione (e dato che fornivo i titoli testi nei quali sono stati pubblicati questi processi, magari procurarseli non sarebbe stato male); b) se nessuno storico che ha trattato della stregoneria (il tanto adorato Ginzburg in primis) ha mai preso in considerazione Leland, qualcosa vorrà pur dire…”

Ecco le risposte da parte dell’autore (anche qui, spogliate dei contenuti personali):
“– “Se uno ti porta testimonianze di sabba fisici e avvicinamenti di streghe anziane a possibili novizie”
Nella maggior parte dei resoconti di questi casi, questi avvicinamenti contengono elementi sovrannaturali, ad esempio il volo, la trasformazione in animale, l’apparire di varie entità, ecc. Questo significa che un bel 99% di queste testimonianze sono sogni o visioni.
Nel caso delle rimanenti, non abbiamo certezza che siano casi effettivi, non abbiamo prove. Abbiamo solo persone molto probabilmente spaventate che cercano di riportare quello che l’inquisitore si aspetta che dicano. All’interno di ciò che dicono possiamo comparare quanto aderiscano allo schema inquisitoriale e se differiscono comprendere che questo “scarto” è molto probabilmente un aspetto diverso da ciò che cercavano gli inquisitori (i quali tentavano di trovare prove del contatto con il diavolo etc.).
In questo clima tutto viene messo da un punto di vista personale: la persona che aveva ascoltato una credenza sulla Buona Società ma non vi aveva mai partecipato dice di averne fatto parte in prima persona e spesso addirittura riferisce che fosse fisico, ma noi non possiamo saperlo. Non possiamo sapere neanche se fosse mai stato messo in atto questo sabba, sappiamo solo della credenza, non sappiamo chi la riprese e non sappiamo soprattutto se fosse stata messa in atto in sogno o dal vivo.
In base a cosa sarebbe una prova la testimonianza di una persona sotto minaccia di morte che viene invitata a dirsi colpevole?
Basta ricordarsi i risultati dell’esperimento di Milgram sull’autorità per capire quanto sia nulla una simile testimonianza.
Ovviamente la credenza non può essersi originata da sola quindi è pre-esistente, ma la colpevolezza di essere davvero autrice di quei riti descritti e non semplicemente aver ascoltato una leggenda in merito non la sappiamo e non la sapremo mai.
Difatti questo è il principale punto su cui colpisce Hutton in “Triumph of the Moon”:
“Nella sua prefazione del 1983, Ginzburg asseriva inequivocabilmente che vi era stato un “nocciolo di verità” nella tesi della Murray. Lui identificava due differenti elementi in quella tesi; che la stregoneria aveva le sue radici in un antico culto della fertilità, e che gli incontri e i rituali delle streghe avevano davvero luogo. Lui sentiva di aver dimostrato il primo punto, e che questo costituiva il “nocciolo”; questi punti di vista furono riaffermati su una più grande scala nel suo sondaggio delle credenze che si unirono assieme per produrre il modello del sabba. Può essere, tuttavia, suggerito che non aveva affatto provato il primo punto, perchè I SOGNI NON COSTITUISCONO IN MANIERA AUTO-EVIDENTE DEI RITUALI, e l’immaginazione onirica condivisa non si somma in un “culto”. L’assunzione di Ginzburg era che ciò che era stato sognato circa nel sedicesimo secolo era infatti stato agito in cerimonie religiose, esse stesse discendenti dai tempi pagani, a una precedente data. Che ciò sia mai successo è stata una sua propria INFERENZA, che rappresenta una impressionante tarda applicazione di ciò che gli antropologi sono venuti a caratterizzare, e hanno abbandonato, come “teoria rituale del mito”, associata specialmente con il “gruppo di Cambrige” di Jane Ellen Harrison mezzo secolo prima, e con sir James Frazer.”
Questa stessa critica è stata assestata anche da Norman Cohn, che in Europe’s Inner Demons afferma, relativamente alla critica mossa da Runeberg:
“Secondo questo punto di vista questi normali avvenimenti, essi stessi forse nè molto frequenti nè molto diffusi, rappresentano la realtà attorno a cui le fantasie si sono raggruppate, costruendo gradualmente l’intera fantasmagoria del sabba delle streghe come lo troviamo in altri e meglio conosciuti resoconti. Questo sarebbe un potente argomento se i resoconti citati dalla Murray fossero davvero sobri come appaiono – ma lo sono? L’unico modo per trovarlo è di esaminare le sue fonti nei loro originali contesti – un lavoro fastidioso, ma che doveva essere fatto da tempo. I passaggi rilevanti nel “Witch-Cult” portano riferimenti ad alcune fonti primarie del quindicesimo secolo, principalmente opuscoli inglesi o scozzesi che descrivono noti processi. Adesso, DI TUTTE QUESTE FONTI SOLO UNA E’ LIBERA DA CARATTERISTICHE MANIFESTATAMENTE FANTASTICHE E IMPOSSIBILI – E ANCHE IN QUELL’UNICA IL DIAVOLO, ATTRAVERSO “UN GIOVANE RAGAZZO DI BELL’ASPETTO CON UN BERRETTO BLU”, AVEVA I CONVENZIONALI REQUISITI DI UN CORPO FREDDO E UN SEME FREDDO, E SI ACCOPPIAVA PIACEVOLMENTE CON UNA STREGA DI OTTANT’ANNI.”
Come vediamo, dunque, quando le fonti sono analizzate, i cosiddetti sabba fisici si rivelano nel 99% dei casi sabba in sogno.
Che a sua volta tali sogni derivino da dei rituali è un’interpretazione sbagliata che riprende la teoria rituale del mito, teoria screditata.
Parlando a mia volta con Ginzburg, egli stesso mi disse che anche se gli sembrava probabile, non abbiamo le prove per dire che ci sia stato un sabba fisico EMULATO, figuriamoci quindi pensare che il sabba fisico sia stato l’origine.
Tra l’altro l’origine non può essere fisica, dato che le prime attestazioni parlano tutte di cortei notturni, solo dopo il corteo inizia a materializzarsi, perciò anche nella stessa storia del sabba si vede come sia partita da un’esperienza di trance.
In aggiunta, Cohn fa notare come anche nei popoli aborigeni ci sia la stessa credenza di attacchi fisici da streghe che poi si rivelano essere attacchi in sogno e persone che sognano di attaccare e per questo motivo si definiscono streghe. Porta a sostegno di ciò la testimonianza di una ragazza che si è autodenunciata per aver attaccato in sogno altre persone e quando i giudici le hanno chiesto perchè mai lo stesse facendo e se ci fossero testimoni di quest’atto rispose che l’aveva fatto in sogno.
Henningsen, studiando le donne di fuori siciliane, afferma che “la Sicilia ha presumibilmente conservato una forma particolarmente arcaica di credenza nelle streghe, pressochè identica al “culto delle streghe” che Margaret Murray aveva cercato di dimostrare basandosi su di una documentazione relativa al Nord e Centro Europa. Vi è, tuttavia, una differenza essenziale: Murray intese il sabba e i rituali stregonici come basati sul mondo reale, materiale, mentre la DOCUMENTAZIONE SICILIANA MOSTRA CHE NOI DOBBIAMO CERCARE IL SABBA E LA MAGGIOR PARTE DEI RITUALI DA TUTT’ALTRA PARTE: NEL MONDO IMMATERIALE DEL SOGNO E DELLA VISIONE. Una volta riconosciuto ciò, possiamo perfettamente accogliere la grande ambizione di Murray e dei suoi predecessori: scoprire le origini popolari delle concezioni del sabba. […] Vi è una QUASI TOTALE CONFORMITÀ FRA IL CULTO POPOLARE DEL SOGNO E LA RELIGIONE DELLE STREGHE DI CUI I DEMONOLOGI ERUDITI COMPLETARONO LA DEFINIZIONE INTORNO AL 1600. E’ solo che praticamente tutti gli elementi hanno acquistato valori opposti: le belle fate si sono trasformate in orribili demoni, lo splendido cibo in putrido, fetido pasticcio; la dolce musica si è fatta un deprecabile fracasso, la danza gioiosa estenuanti capriole, e il piacevole amoreggiare un penoso stupro”.
Se vi è una quasi totale conformità tra un culto che avveniva in sogno (come dimostrato dalle stesse testimonianze riferite da Henningsen ancora negli anni ’80 e dai processi da lui riportati) e quello che abbiamo nei processi, allora è logico pensare che il rito dei processi (sebbene, come abbiamo visto sopra, quasi mai era davvero un rito fisico, contenendo elementi irrealistici) derivi dal sogno.

– Il punto è un altro: non puoi dire che sia un culto misterico a priori. Potrebbe essere anche un culto ufficiale, non c’è nessun motivo per cui dover dire che sia stato un culto misterico. Se a maggior ragione asserisci che si sia modificato, allora l’elemento orgiastico (che nell’iniziale corteo di casa in casa è praticamente assente e si ritrova solo più tardi quando il sabba smette di essere corteo e inizia a diventare raduno in un singolo posto) può benissimo essere aggiuntivo e non derivare da eredità misteriche.

– La tua visione dei processi come indice della verità si riflette proprio nel porre i processi come punto di riferimento e di comparazione nel valutare Leland.
E’ esattamente lo stesso discorso del punto precedente: tu vedi ciò che si dice nei processi come se fosse cosa vera a priori, non conti che magari la gente che ci andava riferiva in maggior parte ciò che volevano gli inquisitori, e che solo pochi accenni, che differivano dalla narrativa inquisitoriale o dei giudici, erano autenticamente credenze popolari. Ma anche qui, queste credenze le vedi a priori come certificati di colpevolezza, non pensi che possano essere state messe in prima persona perchè l’inquisita si trovava sotto accusa e che forse tutto ciò che diceva non era altro che credenze popolari magari sentite ma mai davvero agite.
Ergo per te se non c’è nei processi non è mai successo.
Eppure il processo non è altro che un riferire ACCENNI di folklore nel mentre si tenta di capire come inserirsi nella narrativa dell’inquisitore o del giudice per salvarsi la pelle.
Quindi ciò che si trova nei processi è al massimo un accenno di folklore. E a questo punto se capiamo che i processi possono spesso solo accennare a questo folklore, vediamo che non coprono tutto lo spettro del folklore stesso. Molte credenze sulla Buona Società, probabilmente, non sono mai arrivate in un’aula di tribunale e sono andate perdute per sempre o se ne ha memoria solo nel folklore.
Quindi non vi è alcun motivo per cui ignorare le comparazioni con altri folklori che Leland non poteva conoscere, come quello romano riportato da Giggi Zanazzo, il cui libro venne pubblicato DOPO che l’Aradia era già in vendita.
Ho parlato direttamente con Ginzburg in proposito dell’Aradia, ha detto semplicemente che non se n’è occupato ma non l’ha mai screditata, semplicemente afferma che essendosi occupato di processi non era il suo campo.”

Un altro tema che è uscito fuori dai commenti è quello della commistione tra magia cerimoniale (soprattutto il cerchio magico) e la magia popolare.
In verità, sebbene talvolta sia accaduta, tale mescolanza avveniva con una frequenza assai bassa, per colpa della differenza di classe tra magare e maghi cerimoniali.
Inoltre, chi sostiene la presenza di tale unione spesso fornisce evidenze aneddotiche, descrivendo i pochi casi in cui tale commistione è effettivamente avvenuta. D’altra parte, per avere una comprensione effettiva dell’entità del fenomeno dovremmo calcolare quanto spesso ritroviamo rituali in cui si mescolavano le due correnti nel totale dei rituali magici popolari. Facendo ciò notiamo che si tratta di una minoranza di casi praticamente non significativa.
Difatti il cerchio si trova solo in pochi processi, e di solito tali processi si svolgevano in ambienti in cui vi era un minimo di alfabetizzazione.
Difatti Giuseppe Bonomo, nel suo “Caccia alle streghe”, ricorda che i “villani” spesso venivano sbeffeggiati, allontanati ed emarginati dagli abitanti della città.
Per questo motivo, dove vi era più alfabetizzazione vi era meno emarginazione, meno divisione sociale e quindi più possibilità di contatto.
L’alfabetizzazione era maggiore al nord Italia rispetto al sud, non a caso sempre al nord la strega nel folklore appare spesso come proprietaria del “Libro del Comando”, un grimorio tipicamente cerimoniale. Questo particolare è meno forte al sud e tipicamente si tratta di eccezioni. Infatti all’indomani dell’unificazione, nel 1861, vi era un dislivello forte tra le regioni: in Sardegna gli analfabeti erano il 91%, in Calabria e in Sicilia il 90%, mentre in Piemonte erano “solo” il 57% e in Lombardia il 60%.
Allo stesso modo, i maschi erano maggiormente istruiti (paradossalmente a differenza di oggi, in cui l’abbandono scolastico è diventato maggiormente maschile), ad esempio Giovanni Delle Piatte nel suo processo mischia molto fonti popolari e fonti alte, quindi anche questo è un fattore che influenza la commistione.
Un ultimo è la presenza del protestantesimo o del cattolicesimo come religione predominante: il protestantesimo da sempre ha spinto le persone a leggere la bibbia traducendola nella lingua locale, mentre il cattolicesimo la manteneva in latino. Questa diversa attitudine ovviamente ha influenzato l’alfabetizzazione e quindi nei Paesi cattolici magia popolare e magia cerimoniale restano più separate che nei Paesi protestanti.
La ricchezza infine influiva nettamente: anche chi nasceva in classi sociali povere arricchendosi si poteva permettere un’istruzione di base.

In aggiunta, spesso per provare l’esistenza del cerchio magico all’interno della magia popolare si considerano come “cerchi magici” anche circumambulazioni, danze in cerchio, disegni che contengano almeno un cerchio, tracciare cerchi attorno a cose esterne (magari neanche per fini protettivi) e non intorno al praticante e così via. Essendo il cerchio una forma geometrica è normale trovarlo in un modo o in un altro, d’altra parte considerare tali cerchi geometrici la stessa cosa del cerchio magico protettivo di origine cerimoniale eseguito attorno al praticante è una forzatura.

Infine, per quanto riguarda i “precedenti” relativi al culto di Diana ed Erodiade in Toscana attestati prima del Leland, dobbiamo ricordarci di annoverare la testimonianza, datata metà XV secolo, di un fiorentino illustre, l’arcivescovo Sant’Antonino, che discorrendo delle credenze popolari del suo tempo così si esprimeva:
“De quibusdam aliis superstitionibus, et primo de mulieribus credentibus se cum Diana vel Herodiade nocturnis horis equitare, vel se in alias creaturas transformari, ut dicitur de his, quae vulgariter dicuntur Streghe vel Ianutiche…, dicit Concilium Aquileinse [in nota: vel Ancyrense] quod haec fiunt illusione diabolica”.
[Fonte: Giuseppe Bonomo. Caccia alle streghe. La credenza nelle streghe dal sec. XIII al XIX con particolare riferimento all’Italia. Palumbo Editore, 1985, pag. 70.]

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