Stregoneria Italiana (da Wikipedia)

(Tratto da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Stregoneria_italiana)

Con il termine stregoneria italiana si indicano tutti quei culti pagani sopravvissuti a lungo nella penisola italica in epoca cristiana, progressivamente scomparsi o cristianizzati nel tempo, che sono stati recuperati negli ultimi decenni, grazie a dati storici[1][2], antropologici e folcloristici[3], per dare vita anche nel nostro paese ad una forma di culto stregonesco neopagano.

Le fonti sono antiche e numerose, già nel Canon episcopi, risalente probabilmente al 906, si parlava di streghe collegandole al culto di Diana[4]. Le notizie più antiche su credenze pagane associate alla stregoneria si trovano in una Vita di S. Damaso dove si parla di un sinodo romano in cui la scomunica avrebbe minacciato “feminas illas quae, illusae a demone, nocte super animalia ferri atque una cum Herodiade circumnavigari (credunt)”[5].

Si trovano dei riferimenti alle donne che credono di andare in giro la notte sopra certi animali in compagnia di Erodiade anche nel “De spiritu et anima”, attribuito a S. Agostino, ma ritenuto apocrifo[5].

Nel 1390, vengono condannate a morte, a Milano, Pierina de Bugatis e Sibilla Zanni, per il culto a un’entità, che gli inquisitori ricollegano a Diana, detta “Madona Horiente” e collegata alla stregoneria[6].

Sempre nel nord Italia, riscontriamo ulteriori prove di queste pratiche, come nel processo celebrato a Bressanone nel 1457, dove il vescovo, Niccolò Cusano, si trovò a dover giudicare tre vecchie della Val di Fassa che adoravano una a “bona domina” chiamata Richella, cioè la madre della ricchezza e della buona sorte[1].

Nel folclore si trova spesso una rimanenza di queste credenze[7], ad esempio, nel folclore romano, si riscontra nuovamente la figura di Erodiade, che, nella notte di san Giovanni, si diceva chiamasse a raccolta le streghe sui prati del Laterano[8].

Inoltre, nelle tradizioni popolari del Veneto, troviamo un’altra figura femminile, ricollegabile a Erodiade, ma anche alle figure di Holda e Perchta, la Redodesa, che, secondo la tradizione, l’ultima notte delle dodici che intervengono tra il Natale e l’Epifania, passa il Piave seguita dai suoi dodici figli, i Redodesegoti. La Redodesa viene rappresentata come una donna bellissima d’aspetto e implacabile nelle intenzioni. Secondo le leggende, al momento del suo passaggio, le acque impetuose del fiume si fermano, si calmano, e dopo il suo passaggio sulla riva nascono certi fiori che verranno raccolti la mattina e conservati tutto l’anno come portafortuna. Successivamente si reca di casa in casa a controllare che le donne abbiano finito di filare tutta la canapa, il lino e la lana dell’anno precedente e che abbiano rassettato la casa come si conviene prima dell’Epifania. Per le buone saranno allora benedizioni per l’anno entrante, per le cattive, invece, punizioni e disgrazie[9].

Gli Dei

La stregoneria italiana è composta da diverse tradizioni, differenziatesi per regione, ciascuna legata a divinità differenti, dipendenti dalle influenze che diversi popoli hanno avuto in ogni specifica area.

Per comprendere quali fossero queste tradizioni, è utile analizzare il substrato pagano che sottostà a diverse usanze folcloristiche.

Attraverso questo approccio, si è visto che ciascuna regione è legata a differenti deità, ad esempio le origini di figure, feste e superstizioni campane fanno riferimento ai culti di Ecate, Cibele, Iside, Diana, Mefite, Pan e Bellona[10].

Per quanto riguarda la Sicilia, invece, la stregoneria viene associata alle “donne di fora”, probabilmente derivanti dalle figure di dee madri precristiane, donne che, secondo la tradizione, uscivano fuori dal corpo di giovedì e con lo spirito andavano vagando nelle case altrui apportando buona o triste ventura. Era credenza che le “Signore” costituissero una società di 33 potenti creature, le quali erano sotto la dipendenza di una “Fata Maggiore” (anche chiamata “Mamma Maggiore”, “Signora Greca” e “Savia Sibilla”), che si trovava a Messina[11].

Per quanto concerne invece il Lazio, la permanenza della figura di Cupido è attestata ancora negli anni 1950-1960, riferisce infatti Aldo Onorati, nel suo libro “Magia Nera e Riti Satanici nei Castelli Romani”, di una donna che teneva la sua statua sul comò e sotto il letto[12][13].

La Sardegna, invece, sarebbe associata al culto della Grande Madre[7], di Dioniso[3] e di Maimone[14].

Gli Spiriti

In antichità la gente credeva e spesso venerava gli Spiriti della Natura e quelli dei propri Antenati.

Ad esempio, nel folclore campano ritroviamo la figura del Munaciello, una creatura che compare e scompare periodicamente nelle case, vestito di nero con un cappellino rosso in testa e le fibbie d’argento sulle scarpe, probabilmente discendente dai Lari, o descrizione di uno spirito elementale; la Manalonga, uno spirito femminile ingannevole delle Acque, che secondo la tradizione abita nei fossi e trascina nel fondo chi osa sporgersi, probabilmente derivante dalle Sirene; e l’Uria, lo Spirito delle Case che può fare la fortuna o la rovina degli inquilini se li prende bene o a malvolere, collegabile con i Penati dei Romani[10].

Nel Lazio, invece, si crede nel lenghelo. Secondo la leggenda ha un aspetto alto e longilineo, da cui il nome lenghelo, cioè “lungo” o “allungato”. Spiritello dispettoso ma non malvagio, secondo la tradizione popolare si può osservare in varie situazioni: cammina sulle scale di legno, oppure si nasconde nei sottoscala. Disturba con scherzi coloro che non rispettano i propri familiari o semplicemente le persone a lui antipatiche letteralmente saltando loro sulla pancia durante il sonno. Inoltre, nasconde o rompe piccoli oggetti nella casa, ma può anche far trovare soldi o dare numeri vincenti al lotto. I lengheli sono divisi in tre tipi: quelli della casa, quelli del bosco e quelli dell’orto e della frutta. I lengoletti dei boschi, chiamati così per distinguerli dagli altri, sono descritti come spiriti cattivi, in quanto confondono i sentieri agli esseri umani e spaventano gli animali che ci vivono. Quando il bosco è cupo e silenzioso, uccelli non volano e non cantano, né si incontrano animali, è segno che quello è il territorio di un lenghelo.

Il lenghelo delle vigne e degli orti è invece uno spiritello delle campagne che ruba spesso la frutta. Il lenghelo ha vari nomi a seconda dei luoghi: lenghelu a Marino, lengheretto ad Ariccia e lengheru neru a Grottaferrata, quest’ultimo, a differenza degli altri, era lo spirito a guardia di un tesoro. La figura del lenghelo è parallela a quella del Genius Loci dell’antica Roma e, nel caso del lenghelo delle case, a quella dei Penati[12][13].

Pratiche

La tradizione popolare vuole che le streghe italiane celebrassero alcuni giorni, chiamati Sabba, Corso, Strigozzo, Gioco o Tregende. I giorni specifici cambiavano da regione a regione, infatti talvolta potevano essere in concomitanza con eventi naturali (come la luna piena[10]), altre volte in particolari giornate (come le quattro tempora[2] o la notte di san Giovanni[15]), mentre in certi casi, come quello delle donne di fora, si trattava di specifici giorni della settimana[11].

La maggioranza dei praticanti della stregoneria italiana credeva che la magia potesse avere effetti sulla realtà. Si praticava spesso il culto di Dei, degli Antenati, degli Spiriti e a volte dei Santi.

Storicamente, era consuetudine utilizzare un unguento composto da piante allucinogene o stupefacenti per effettuare il volo tipico della strega. Secondo alcuni studiosi, tuttavia, il volo altro non era che un’allusione al viaggio sciamanico riscontrabile in molte culture[1][16].

Un’alternativa all’unguento era il viaggio in sogno, praticato nella tradizione friulana dei Benandanti[2].

Veniva poi utilizzata l’idromanzia come ulteriore modalità per porsi in comunicazione con il mondo degli spiriti[17].

Inoltre venivano eseguite divinazioni e pratiche oracolari.

Festività

Nonostante alcuni autori moderni che provano a ricostruire il culto antico tendano a far coincidere le date delle festività della stregoneria italiana con gli 8 sabba del neopaganesimo (secondo il modello della Ruota dell’anno)[18][19], non vi è alcuna prova storica della veridicità di questo calendario in tempi passati, ed è quindi probabile che derivino da un’influenza del druidismo e della wicca. Va però anche sottolineato come 4 delle 8 festività sopra indicate, coincidano più o meno con i periodi dei solstizi e degli equinozi, già celebrati nell’antichità pagana (basti ricordare le celebrazioni del Sol invictus in età romana, poi confluite nelle celebrazioni del Natale; o le pratiche della notte di San Giovanni Battista che avevano ben poco di cristiano). Inoltre tra le altre festività bisogna ricordare come Calendimaggio e Ognissanti (e il periodo dei morti) cioè i due maggiori festival di Beltane e Samhain nel neopaganesimo e di derivazione indubbiamente celtica, fossero festività comunque molto sentite in Italia, come attestano anche oggi le numerosissime testimonianze presenti nel folklore[20][21], festività accompagnate di nuovo da pratiche magico-sincretiche. D’altra parte, tali festività sono attribuibili maggiormente a una pratica sociale, piuttosto che alla pratica stregonesca antica. Non a caso, nello stesso folclore vi sono giorni specifici in cui difendersi dalle streghe[8][15], e questo, implicitamente, fa presupporre che in quelle occasioni i praticanti si riunissero e che tali fossero le date dei sabba, piuttosto che le feste popolari. Ciò sarebbe confermato dai dati che derivano dall’analisi delle testimonianze degli inquisiti[1], i quali non riportano mai un calendario unificato simile a quello della Ruota dell’anno neopagana, ma ci fanno capire come le festività si differenziassero, a seconda della regione, in specifiche giornate, come la già citata notte di San Giovanni[8], i pleniluni[10] o le tempora[2], mentre in altri casi addirittura la cadenza era settimanale[11].

Un ulteriore aspetto che differenziava la stregoneria dalle rimanenze folcloriche sociali era la predilezione per una specifica e singola entità a cui i praticanti si rivolgevano in queste celebrazioni, piuttosto che a una moltitudine di dèi o di santi. Ciò è dimostrato dalle testimonianze di culti esclusivi verso la “bona domina” venerata dal singolo gruppo, che, a seconda del caso, coincideva con Diana, Richella, Erodiade, Horiente o altre figure[1].

Note

  1. ^ a b c d e f Carlo Ginzburg. Storia notturna. Una decifrazione del sabba. Einaudi, 1989, n.ed. 2008.
  2. ^ a b c d Carlo Ginzburg. I benandanti. Ricerche sulla stregoneria e sui culti agrari tra Cinquecento e Seicento. Einaudi, 1966, n. ed. 1972, 2002.
  3. ^ a b Dolores Turchi. Lo sciamanesimo in Sardegna. Roma, Newton & Compton, Cagliari, Edizioni della torre 2001.
  4. ^ “Né bisogna dimenticare che certe donne depravate, le quali si sono volte a Satana e si sono lasciate sviare da illusioni e seduzioni diaboliche, credono e affermano di cavalcare la notte certune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani, e di una moltitudine di donne; di attraversare larghi spazi di terre grazie al silenzio della notte e ubbidire ai suoi ordini e di essere chiamate alcune notti al suo servizio.”
  5. ^ a b G. Bonomo. Caccia alle streghe: la credenza nelle streghe dal secolo XIII al XIX con particolare riferimento all’Italia. Palermo, Palumbo, 1959.
  6. ^ E. Verga. “Intorno a due documenti inediti di stregheria milanese del sec.XIV”, Rendiconti del regio istituto storico-lombardo di scienze e lettere, s. 2°, 32, 1899.
  7. ^ a b Dolores Turchi. Maschere, miti e feste della Sardegna: dai Mamuthones alla Sartiglia, dai millenari riti agresti al culto delle acque. Cagliari, Edizioni Della Torre, 1990. ISBN 88-5412-345-5.
  8. ^ a b c C. G. Trocchi. Leggende e racconti popolari di Roma. Newton Compton, Roma, 1982.
  9. ^ Marisa Milani. Streghe, morti ed esseri fantastici nel Veneto oggi. Esedra editrice, Padova, 1994.
  10. ^ a b c d Luigi Boccia, Antonio Daniele. Arcistreghe. Origini e folklore della Stregoneria Campana. Edizioni Il Foglio, 2003
  11. ^ a b c Giuseppe Pitrè. “Esseri soprannaturali e meravigliosi”, in: “Usi, costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano”, vol. 4, Palermo, 1889.
  12. ^ a b Aldo Onorati. Magia nera e riti satanici nei Castelli Romani. Armando, Roma, 1995: “Lucifero veniva chiamato Cupiddo, un diavoletto simile al Cupido d’amore che lancia strali alle persone tenere e le fa innamorare per dispetto (un piccolo dio mitico che si diverte con l’altrui pena d’amore). Solo che Cupido dalle frecce venusine è giovane, incorreggibile, dispettoso, cattivello, adorabile, mentre il Cupiddo dei Castelli era vecchietto, brutto, ma molto simile allo spiritello malvagio dell’amore. […] C’era una vecchia ricamatrice che teneva sotto il letto una statuina di Cupiddo, di legno, e tutti la ritenevano una donna dotata di poteri estranormali […] Ma Cupiddo è cattivo, porta male, fa avvenire le disgrazie «pe’ la pora ggente, li crischiani senza corpa né peccato». Ecco: le persone (i crischiani) innocenti sono quelle che maggiormente Cupiddo perseguita. Ma come le perseguita? Cupiddo è un diavolo nostrano, e, come tutte le cose di casa, prima o poi trova un compromesso. È un diavolaccio al quale non dar eccessivo peso, sebbene si faccia sentire. Ma la cosa migliore è ignorarlo, stargli lontano, e stare lontani anche da chi ha a che fare con lui, specie se ha la sua statua sul comò e sotto il letto.”
  13. ^ a b Maria Pia Santangeli. Streghe, spiriti e folletti. L’immaginario popolare nei Castelli Romani e non solo. Edilazio, 2013. L’autrice riporta, da uno scambio di lettere che intrattiene con Aldo Onorati: “Se il lenghelo si presenta sotto varie forme (dispettoso, allegro, ladruncolo, etc., talvolta arcigno), il meno popolare cupiddo – spiritello sempre uguale a se stesso – è un essere torvo, musone, panciuto, casalingo e mal disposto verso le persone. Esso è conosciuto da pochi, perché predilige solo alcune abitazioni. Lui sta solo dove non ci sono i lengheli: sono incompatibili tra di loro. E siccome i lengheli sono popolosi, al povero cupiddo resta poco spazio e ciò – probabilmente – rende ancor più solitario e scontroso il “raro” spiritello. Esso è piccolo, molto grasso, di preferenza si cela sotto il letto matrimoniale, è di abitudini stanziali. Di questo essere si hanno notizie scarse, perché raramente si fa vedere. Non è cattivo come il lenghelo dei boschi, ma privo di sorriso, pesante, opaco, scostante. Di solito viene infastidito dai rumori amatori notturni, ai quali pone qualche freno scuotendo il nuzial talamo ed emettendo versi simili al grugnito del maiale.
  14. ^ Un’antica usanza di Aidomaggiore, sicuramente pre-cristiana, era quella de Su Maimone. Nelle annate siccitose i ragazzi aiutati dai grandi realizzavano una specie di barella costituita da due canne incrociate ed al centro veniva sistemata una corona di piante di pervinca. Questo simulacro, che doveva rappresentare la divinità della pioggia (Maimone), veniva portato in processione per tutte le vie del paese. Lo stuolo di ragazzi cantava: “Maimone Maimone Abba cheret su laore Abba cheret su siccau Maimone laudau” Al suono dei canti dei ragazzi, la gente veniva fuori dalle case e con dei catini aspergevano l’acqua sul Maimone e spesso bagnavano anche i ragazzi. Questo rituale è ancora svolto, questo è un video di un rituale “Su Maimone” eseguito nel 2000.
  15. ^ a b Nino Modugno. Il Mondo Magico della notte delle Streghe. Credenze e rituali che accompagnano il 24 Giugno. Hermes Edizioni, Maggio 2005.
  16. ^ Satta Andrea. Sa Súrbile, tra stregoneria e sciamanesimo. In “Sardegna Mediterranea” n° 1 aprile 1997.
  17. ^ Claudia Ansevini, Guido Dall’Olio, Un processo per superstizione a Pesaro nel 1579, Università degli studi di Urbino, Facoltà di Lettere e Filosofia, 2011.
  18. ^ Sheanan e ArdathLili. ”Il Sabba italiano”. Edizione Privata, 2003
  19. ^ Dragon Rouge. La Vecchia Religione. Aradia Edizioni, 2004.
  20. ^ Alfredo Cattabiani, Calendario, (Rusconi 1988)
  21. ^ Alfredo Cattabiani, Lunario (Mondadori 1994; nuova edizione riveduta e ampliata negli Oscar Mondadori 2002)

Bibliografia

  • Carlo Ginzburg. Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Einaudi, 1989, n.ed. 2008.
  • Carlo Ginzburg. I benandanti. Ricerche sulla stregoneria e sui culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Einaudi, 1966, n.ed. 1972, 2002
  • Donato Bosca. Masca ghigna fàussa. Il mistero delle streghe piemontesi dalla veglia contadina all’analisi sociologica. Priuli & Verlucca, 2005
  • Donato Bosca; Bruno Murialdo. Masche. Voci, luoghi e personaggi di un «Piemonte altro» attraverso ricerche, racconti e testimonianze autentiche. Priuli & Verlucca, 2002.
  • Dolores Turchi. Lo sciamanesimo in Sardegna. Newton Compton, Roma 2001.
  • Luisa Muraro. La signora del gioco. La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime. La Tartaruga, 2006.
  • Luigi Boccia, Antonio Daniele. Arcistreghe. Origini e folklore della Stregoneria Campana. Edizioni Il Foglio, 2003.
  • Gustav Henningsen. Le “donne di fuori”: un modello arcaico del sabba. Sellerio, 1998.
  • Éva Pócs, Gábor Klaniczay. Communicating with the Spirits (Demons, Spirits, Witches, Vol. 1). Central European University Press, 2005.
  • Éva Pócs, Gábor Klaniczay. Christian Demonology and Popular Mythology (Demons, Spirits, Witches, Vol. 2). Central European University Press, 2007.
  • Éva Pócs, Gábor Klaniczay. Witchcraft Mythologies and Persecutions (Demons, Spirits, Witches, Vol. 3). Central European University Press, 2008.
  • Maria Savi-Lopez. Leggende delle Alpi. Il Punto, 2011.
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