Caccia Selvaggia

Riporto di seguito un capitolo interessantissimo del libro “Leggende delle Alpi” di Maria Savi-Lopez, una famosa studiosa di folklore del XIX secolo. Il testo in questione è disponibile online a questo indirizzo: http://www.liberliber.it/mediateca/libri/s/savi_lopez/leggende_delle_alpi/pdf/savi_lopez_leggende_delle_alpi.pdf
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Sulle Alpi come in tante altre regioni di Europa, si trovano molte leggende sulle notturne cacce selvaggie, alle quali prende anche parte qualche volta, in certe sue trasformazioni, la bella dea Bercht o Holla, che forse guida pure la splendida corsa delle fate sulle nostre Alpi Graie.
Parmi che le leggende sulle cacce selvaggie non abbiano perduto nelle diverse varianti le strettissime relazioni che hanno le une colle altre; ma si siano in certo modo trasformate, adattandosi solo all’ambiente in mezzo al quale sono state portate, come avviene quasi sempre alle leggende. Esse ci mostrano pure diversi personaggi che guidano nella corsa vertiginosa cavalli o cani, elfi o uomini selvaggi, assimilandosi in questo caso i ricordi storici o mitologici delle diverse nazioni; ma sono sempre di una grandezza fantastica e terribile nel concetto, che le rende tali da atterrire le genti credule e superstiziose, o da formare un quadro misterioso e sublime innanzi alla fervida fantasia dei poeti.
Molte credenze rimaste fra i popoli nordici, vogliono che gli elfi della terra descritti nell’Edda, e così diversi dagli elfi della luce [43], si riuniscano in gran numero per quelle cacce selvaggie, essendo seguìti anche dalle loro spose, elfinnen, che hanno un po’ di somiglianza colle fate. Nella Scandinavia e nell’Islanda, sulle montagne scozzesi che Walter Scott ha descritte con tanta maestria, sulle povere terre dell’Irlanda, in Danimarca, in Germania, nella Svizzera e nel Tirolo, odesi, secondo la credenza popolare, il suono dei passi dei loro cavalli, unito a quello delle loro grida selvaggie; solo in certi paesi essi cambiano nome. Questa riunione di pazzi cacciatori è detta in alcune regioni l’armata furiosa o la caccia selvaggia.
Secondo le diverse leggende, il possente dio Wuothan precede quegli spiriti innumerevoli correndo pazzamente, o li guida un certo conte Haekelberg, crudele cacciatore, pari in ferocia alla dea Holla o Berta, nella sua malefica e medioevale trasformazione. Nelle leggende danesi il capo dei cacciatori selvaggi è un certo Valdemaro o anche Abele. Tutti gli spiriti che lo seguono montano cavalli neri e selvaggi.
Descritte dalla poetica parola dei bardi, queste cacce ci dànno spesso, col loro carattere gigantesco, un nuovo punto di somiglianza fra le tradizioni del paese di Galles della prima metà del secolo XII ed i romanzi francesi della seconda parte dello stesso secolo; e fecero impressione profonda sulle genti del Medioevo, che ne lasciarono anche altri ricordi. Gervasio di Tilbury narra che le guardie forestali sentivano con frequenza, di notte, il suono di molti corni da caccia e vedevano passare i cacciatori che seguono il re Artù. Essi andavano ancora inseguendo le ombre degli animali terribili e misteriosi ai quali avean già dato la caccia nel tempo della loro vita gloriosa, in mezzo alle foreste dell’Irlanda, della Scozia e della Cornovaglia [44].
Ora ancora nell’estremità nordica della Francia il leggendario re Artù guida feroci cacciatori che vanno insieme ad innumerevoli cani, ed egli sta in mezzo ad essi colla frusta in mano in aspetto spaventevole. Essi corrono rapidamente come se fossero sospinti da fortissimo vento, e mentre pare che nella corsa vertiginosa debbano travolgere i viandanti sopra ogni via, spariscono in un baleno, per riapparire subito verso il lontano orizzonte. Vuolsi in questa nuova apparizione del leggendario Artù, vedere un re appassionato per la caccia, il quale, mentre udiva Messa in una cappella, sentì passare innumerevoli cani, che correvano senza posa. Non ascoltando altro che la sua passione per la caccia, più non rimase come era suo dovere in quel giorno di festa ad ascoltare la Messa cominciata, ed uscì sulla via per seguire i cani; che lo travolsero in mezzo ad essi, mentre per l’alto suo grado e per la sua valentìa di cacciatore divenne capo della caccia selvaggia [45].
Senza posa, secondo la credenza popolare, e finchè la luce del sole si alternerà colla tristezza della notte, il re Artù passerà col suo seguito nella corsa vertiginosa fra i dolmen della Bretagna, fra le ginestre ed i campi deserti, che furono bagnati dal sangue dei soldati di Vandea.
In Norvegia il dio Thorr è capo della caccia selvaggia, che egli guida sulla terra e sul mare, mentre passa fra i gelidi deserti del polo, o sulle acque profonde degli oceani. In altre terre essa ha per capo un certo cavaliere di Danesberg o un misterioso cacciatore vestito di nero; e fra i paurosi racconti noti sulle Alpi della Svizzera e del Tirolo, si può anche vedere un’imponente figura di cacciatore selvaggio in Teodorico da Verona, chiamato in certe leggende tedesche, nelle quali ha parte molto importante, – Dietrich von Bern –.
In uno di questi racconti si dice che trovandosi egli a caccia, era a piedi, aspettando che gli fosse da uno scudiere condotto un cavallo, quando videsi venire incontro un superbo destriero che mandava scintille dagli occhi, e pareva fatto per trovarsi, animoso e forte, nelle mischie più tremende delle battaglie. Questo cavallo era nero, come sono quasi sempre nelle leggende gli animali che hanno qualche cosa di diabolico, essendo trasformazioni dei diavoli o dei dannati; ma Teodorico non si curò di sapere donde venisse, e balzò subito, come esperto cavaliere, sulla groppa fumante del cavallo che lo portò via di galoppo. Prima di cominciare la rapida corsa egli avea potuto volgersi ancora verso i famigli atterriti e dire: Il diavolo mi porta via, tornerò quando a Gesù ed alla Vergine piacerà. – Ma il forte guerriero non è a quanto pare tornato ancora, e forse dalla Germania all’Italia, dalle Alpi svizzere a quelle austriache è uno dei più audaci cacciatori notturni.
Possiamo anche vedere Teodorico in una leggenda italiana come selvaggio cacciatore; ma parmi che il racconto di Giovanni Diacono di Verona debba avere una origine tedesca, riannodandosi a certe leggende che si formarono in Germania, essendo assai diverse dai racconti italiani, che dissero Teodorico piombato nel cratere dello Stromboli; il quale era, secondo una credenza popolare, una delle fiammeggianti porte dell’inferno. In ogni modo la leggenda veronese dice che trovandosi egli al bagno, un fanciullo andò a dirgli che suo padre, il diavolo, gli avea mandato un cavallo e molte coppie di cani per la caccia.
Al pari del leggendario re Artù, Teodorico si lasciò vincere dalla passione per la caccia, uscì dal bagno, balzò in sella ed
In quel mezzo il caval nero
Spiccò via come uno strale,
E lontan d’ogni sentiero
Ora scende ed ora sale.
Via e via, e via e via:
Valli e monti esso varcò,
Il re scendere vorria
Ma staccar non se ne può [46].
Teodorico era, in certe leggende tedesche e nelle italiane, ritenuto quale spietato nemico della Chiesa e dannato. Forse anche per questo motivo il racconto veronese ce lo mostra come cacciatore selvaggio, attenendosi al concetto tedesco; il quale in altre caccie furiose vede raccolti certi spiriti cattivi, nemici del cristianesimo, e che ritroveremo ancora sotto altra forma in parecchie processioni dei morti.
Altre volte ancora i morti usciti dalle tombe si riuniscono per la caccia, e non di rado vanno insieme agli elfi, che spesso danzano sulle tombe recenti, ove sono sepolte persone che li hanno amati e rispettati. Questi fantasmi formano un pauroso esercito, mentre passano sulle montagne; e nell’Atta Troll, Enrico Heine descrive la caccia fantastica degli spiriti. Egli trovasi nel nido di una strega mentre:
È la notte di San Gianni,
Luna piena l’aere irraggia,
L’ora è questa in cui gli spirti
Fan la lor caccia selvaggia.
Io dal nido della strega
Posso adagio lo sfilare
Di quel d’ombre strano esercito
Per la gola contemplare.
Per godere lo spettacolo
Di quei morti dall’avello
Fuor scappati, miglior posto
Non potea trovar di quello.
Halloh! Hussa! Alti nitriti,
Suon di fruste, suon di corni
E latrati, e grida e risa
Risuonar fanno i dintorni. [47]
Però innanzi alla calda e potente fantasia di Heine, che pur si attiene a certe leggende popolari, che dicevano trovarsi fra i cacciatori selvaggi, figure storiche e note alle genti, passa fra quella specie di ridda infernale, in mezzo ai cacciatori ed ai cani che inseguono innumerevoli cinghiali e cervi, Carlo X che cavalca non lungi da Goethe, da Shakespeare e da molte nobili dame.
Credo che le più vive credenze nella caccia o nell’armata selvaggia si trovino sulle Alpi verso le regioni che si avvicinano alla Baviera, ove dura ancora nella fantasia popolare il ricordo di tante poetiche creazioni. Anche nella Svizzera trovansi innumerevoli leggende sulle caccie selvaggie, le quali sulle Alpi sono dette Türst; ma sul leggendario monte Pilato, in vicinanza di Lucerna, sentesi con maggior frequenza il passaggio dei cacciatori, che ha qualche cosa di maledetto e d’infernale. Essi vanno rapidamente come se li spingesse il Föhn [48], girano intorno alle cime delle Alpi, scendono fra l’ombra dei valloni, passano senza lasciare traccia sulle distese di rododendri e sui campi di neve [49]. Spettacolo imponente, sublime, visto dalla fantasia popolare, quando forse il vento della tormenta passa sui ghiacciai, o la luna irradia le nevi eterne, mentre le nubi salgono vicino alle pareti scure delle montagne.
Una leggenda delle Alpi svizzere dice che una giovane castellana sia divenuta la cacciatrice selvaggia che guida i diabolici cacciatori; e parmi che si possa nella sua figura trovare un’altra delle trasformazioni medioevali della dea Bercht. Narrasi che ad una bellissima giovane piacesse assai la selvaggina e che ricorrendo il suo giorno onomastico di venerdì, ella non si piegò per questo motivo a non averne nel banchetto che era solita ad imbandire in quell’occasione nell’avito castello; ma radunò per andare a caccia paggi, cavalieri e vassalli.
Vi fu chi disse alla superba castellana, che dava cattivo esempio col suo pazzo proposito, ma essa rispose che non ascoltava consigli ed i cacciatori lasciarono il castello. Ogni cavaliere aveva accanto una donna amata, e tutti pensavano di allietarsi pazzamente nell’inseguire sulle Alpi camosci e stambecchi; ma i secoli sono passati sul castello, del quale sono anche sparite le rovine, ed i cacciatori non sono tornati ancora. Gli alpigiani atterriti li sentono passare sulle montagne, specialmente di venerdì; mentre i cani ed i cavalli fanno guerra al gregge riparato vicino alle rupi o intorno agli alp; e non cessa la corsa degli spiriti, finchè la prima luce del sole non metta sui nevai lo scintillio dei brillanti.
In alcuni cantoni della Svizzera, credesi che la caccia selvaggia si oda passare con maggior frequenza nell’advento e di quaresima, con un rumore assordante. Di certo in quelle epoche, mentre dura sulle Alpi il tristissimo inverno, la fantasia popolare può immaginare strane cose e giungere ad una grandezza epica, vedendo fra i terrori della notte spettacoli indescrivibili.
Pare di ritrovare traccia dei racconti popolari, che dicono come sia terribile cosa udir di notte lo scalpitar dei cavalli, le grida, gli urli del popolo feroce, che segue Holla, Wuothan, o altri leggendarii cacciatori; quando Torquato Tasso ci mostra i fabbri mandati da Goffredo per abbattere gli alberi nella selva incantata, ed essi si avanzano, celando la paura sotto il sembiante audace, mentre:
Esce allor de la selva un suon repente
Che par rimbombo di terren che treme,
E il mormorar degli austri in lui si sente,
E come pianto d’onda che fra scogli geme,
Come rugge il leon, fischia il serpente,
Come urla il lupo e come l’orso freme,
V’odi e v’odi le trombe e v’odi il tuono,
Tanti e sì fatti suoni esprime un suono [50].
In molte regioni della Germania, ed anche sulle Alpi della Svizzera, credesi pure che fra i cacciatori selvaggi siano raccolti insieme i fantasmi dei morti, le dee, i giganti, gli spiriti famigliari, le fate e tutto il popolo fantastico il quale si aggira nei boschi, nelle valli, e sulle montagne. Altre leggende popolari della Svizzera, verso i monti del Giura, dànno grande importanza ai cinghiali nelle cacce selvaggie [51].
Spesso avviene che verso il monte Pilato, si creda pure sulle Alpi che un solo cacciatore feroce passi seguito da innumerevoli cani neri, che vanno correndo senza posa nei boschi oscuri; e forse colla fantasia potente Dante vide qualche cosa che gli ricordava la credenza, che dovette essere così estesa nel Medioevo, intorno a questa specie di caccia selvaggia, quando trovandosi con Virgilio nel bosco ove dolevansi tante anime dannate, disse:
Noi eravamo ancora al tronco attesi
Chiedendo ch’altro ne volesse dire,
Quando noi fummo d’un rumor sorpresi,
Similmente a colui che venire
Sente il porco e la caccia alla sua posta,
Ch’ode le bestie e le frasche stormire [52].
E mentre passano le anime infelici che fuggono nuovo tormento:
Di retro a loro era la selva piena
Di nere cagne bramose e correnti,
Come veltri ch’uscisser di catena [53].
Ed anche in questi versi come in tanta parte del divin poema, Dante si attiene a credenze e leggende popolari, e vede nelle cagne nere i demoni intenti a tormentare i dannati [54].
La notte di Natale che ha pur sulle Alpi, oltre alla sua importanza religiosa, tanta rinomanza leggendaria, viene anche detta sulle regioni alpine della Svizzera la notte della Straggele, malvagia donna che ruba i fanciulli mentre passa nella caccia notturna. Questa figura ritrovasi pure nel Tirolo, ma con altro nome, ed essa dicesi Stampa. In quella parte delle Alpi ha anche, secondo la credenza popolare, il triste costume di rubare i fanciulli [55]. Una delle tante leggende intorno alla Straggele selvaggia, dice che nell’Entlebuch, non molto lungi da Lucerna, molti bambini vispi e robusti schernivano la dea, ed urlando correvano pazzamente per imitare la caccia notturna, allietandosi nel nuovo giuoco; ma in un baleno essi sparirono e non avvenne mai che i loro genitori disperati potessero averne notizie [56]. Forse seguono di notte la selvaggia e malefica cacciatrice intorno alle più alte cime delle Alpi.
Però non sembra che si avesse generalmente paura d’imitare i cacciatori selvaggi, poichè in tempi lontani sulle Alpi svizzere in un giorno dell’advento, a ricordo di antichissime feste pagane, i giovani usavano riunirsi fuori dei villaggi, facendo un chiasso assordante con diversi istrumenti e grida ed urla, imitando la caccia selvaggia. Uno di essi era coperto di pelli diverse in maniera da sembrare un grosso caprone o un asino. Egli faceva la parte di cacciatore e guidava i compagni nella corsa sfrenata, dopo la quale si beveva allegramente. Il concilio d’Auxerre, nel 578, proibì quest’uso popolare, non volendo che anche nel primo giorno dell’anno la gente si divertisse, coprendosi in maniera da prendere aspetto di capre, di cervi o di altri animali [57].
Presso le fontane nel cantone di Schwiz usavasi nella sera dell’Epifania di fare anche un gran chiasso. In una specie di processione, andavano innanzi i ragazzi, seguìti dagli uomini e per quanto era possibile imitavasi il frastuono della caccia selvaggia o Türst [58]. Tutti portavano lanterne o torce, e la Chiesa non potè per lungo tempo far cessare quella festa notturna. Poi i soli ragazzi dai 7 agli 8 anni si riunirono per quel giuoco, e dicevasi che se non si faceva quel chiasso assordante, non raccoglievasi frutta nell’annata. È anche probabile, a cagione di questa credenza, che nelle feste ad imitazione della caccia selvaggia, si trovasse un ricordo di quelle antichissime, che si celebravano in onore della dea Bercht o di altre divinità pagane, sulle regioni alpine, per ottenere abbondante raccolto.
Le donne e le fanciulle del musco e dei boschi, che vedremo in numero così grande in Germania, sulle sponde del Reno, fra l’ombra misteriosa della Selva nera, e su tante montagne delle Alpi, si univano pure di notte, secondo la credenza popolare, ai cacciatori furiosi; ed anche gli uomini selvaggi ed i dannati sono detti grandi cacciatori dei boschi.
Alcune leggende delle Alpi dicono che la caccia selvaggia è invisibile; ma la credenza nel passaggio degli spiriti notturni che seguono il loro capo, era entrata così addentro nella coscienza popolare, che in certe regioni delle Alpi si lasciavano aperte le porte e le finestre a pian terreno degli alp, onde evitare che i cacciatori trovassero impedimento nella corsa; e si mostrano i valloni, i boschi, le montagne ove passano con maggior frequenza. Alcune volte, secondo la credenza popolare, i cacciatori travolgono nella corsa gli alpigiani; altre volte ancora, purchè si lasci innanzi ad essi libera la via quando si avvicinano, non fanno male alcuno agli uomini o agli armenti.
Parmi che nelle così dette caraule dei diavoli sulle Alpi di Vaud, si possa trovare molta somiglianza colle corse dei cacciatori selvaggi che passano in altre regioni; poichè dicesi che i demoni scendono come in un turbinìo dalle Torri di Aï, facendo un chiasso infernale con latrati e miagolii, che si uniscono al triste gracchiar delle cornacchie. In altre parti ancora di quelle regioni alpine, ripetevasi secondo la credenza popolare la stessa vertiginosa corsa dei diavoli, i quali riunivansi pure pel ballo; e mostransi i siti ove andavano ad adunarsi sulle montagne per quel divertimento [59].
Queste caraules debbono forse ricordare un ballo popolare medioevale, chiamato pure Grande Coquille, il quale poteva durare per parecchi giorni in certe valli alpine. Ne rinvenni il ricordo in uno scritto sulla valle di Gruyère, e narrasi che ad Enney, nella parte superiore di quella valle, uno dei conti della leggendaria casa di Gruyère, che ritroveremo ancora fra queste pagine «rentrant à son castel trouva en debzous d’icelui grande liesse de jouvenceaux et jouvencelles, dansant en Koraule. De cestui endroit, continua la Koraule jusqu’à Château d’Oex». Così quella Grande Coquille cominciata nella sera di una domenica ad Enney da sette persone, finì al castello di Oex il martedì nel mattino; e vi prendevano parte circa 700 persone, alla testa delle quali era il conte Rodolfo di Gruyère, che conduceva i ballerini nella danza fra le Alpi.
Le caraules erano forse la reminiscenza di qualche danza sacra dei tempi del paganesimo, alla quale si volle dare nel Medioevo diverso significato, poichè la stessa parola carrol si adattò alle allegre danze ed ai canti di Natale. Gl’Inglesi la conservano ancora in quest’ultimo significato [60]. Qualche volta la danza che era una specie di sarabanda o di galoppo, cominciava nel coro delle chiese e andava a finire nei cimiteri; e vuolsi che lo strano spettacolo dei vivi che ballavano sulle tombe abbia dato origine alle bizzarre creazioni che hanno nome di danza macabra. Dovevano prendere parte a quelle danze gli abitanti di tutti i casolari e dei villaggi vicino ai quali passavano i ballerini, e seguirli in altri siti.
Forse il ricordo delle pazze Caraules, che di certo finirono coll’essere giustamente proibite dalla Chiesa, e si ritennero come danze infernali, dovette essere una delle origini di tante strane credenze degli alpigiani nelle danze degli spiriti e nelle caraules o corse dei diavoli, divenuti simili ai selvaggi cacciatori.
Nel mostrare in qual modo meraviglioso ritrovansi le stesse leggende o credenze popolari ad immensa distanza, l’illustre Mannhardt non vide solo nelle foreste del Perù e del Brasile, in certi fantasmi paurosi chiamati Uchuella-chaqui, i demonii della vegetazione, pari a quelli che passano, secondo tante leggende, nei boschi della Germania e sulle Alpi, ma trovò che si assomigliano pure ai cacciatori selvaggi, nel costume che hanno di correre o volare nei boschi, ridendo come a scherno degli uomini [61].
Si credette pure nel Medioevo, che si potesse per arte di magia far apparire i cacciatori selvaggi, e ne trovai la prova in una delle canzoni di gesta dei secoli XI e XII, che vantano la gloria di Guglielmo d’Orange. Il guerriero franco, nemico mortale dei Saraceni, s’impossessa in battaglia del famoso cavallo Baucent che viene dalla città di Orange. Per mezzo di un certo Aquilante di Luiserne sa che la bellissima Orable avea cura di quel cavallo nella città di Orange, e lo mandava al re saraceno Tiebaut che l’avea chiesta in isposa. Guglielmo si accende d’amore per la fanciulla pagana nell’udirne le lodi, perchè:
Ele est plus blanche que la noif qui resplent
Et plus vermeille que la rose flérant,
e comanda ad Aquilante di dirle ch’egli ha preso il cavallo, e che appena sarà armato cavaliere andrà sotto le mura di Orange per uccidere Tiebaut e chiederle amore. Egli manda uno sparviero alla fanciulla in segno di amicizia; ed essa, che sa qual sia la gloria del guerriero franco, gli fa dire che per amor suo si farà cristiana, ma che si guardi dai Saraceni.
Costoro si muovono a battaglia contro i cristiani di Narbona. Guglielmo si lascia fare prigioniero per amore verso Orable e si rallegra quando i nemici lo vogliono condurre a Orange:
Quar plus désirre à venir à Orenge
Voir la tor et les granz sales amples,
Et dame Orable la demoiselle gente [62].
Ma i suoi fratelli, con sommo suo rammarico, lo liberano. Finalmente il Saraceno Tiebaut giunge ad Orange, e gli si dice quali sono le minacce di Guglielmo: egli non se ne dà pensiero, ed entra nel palazzo ove dimora Orable. Il fratello di costei le dice che è forza usare riguardi all’emiro, il quale è assai potente: finga di accettarlo come sposo per guadagnare tempo. Orable si piega alla dura necessità, ma serberà la sua fede a Guglielmo, è solo necessario ingannare il Saraceno. Mentre ha luogo il banchetto di nozze, la bella Orable vuole coi gens d’Orenge schernire e spaventare lo sposo. Per virtù d’incantesimo fa in modo che un cervo partesi da una parete, seguìto da una folla di cacciatori e da innumerevoli cani che debbono essere tutti spiriti diabolici, e mettono ogni cosa in disordine nella sala del banchetto. Segue i cacciatori una processione di monaci che eccitano molti giganti a battere Tiebaut ed i suoi compagni. Poi orsi e cinghiali si gittano sopra i convitati, che però non restano uccisi fra gl’incantesimi di quel giorno, ma si ritrovano ancora lungamente fra l’ingenua bellezza di epici racconti.
In Italia, nella valle di Challant, troviamo una sola e strana cacciatrice selvaggia. È una capra che porta al collo una campanella che risuona in modo lugubre, mentr’essa va da colle a colle e da cima a cima, aggirandosi specialmente nei siti coperti di neve e di ghiaccio.
Si potrebbe anche dire che nella credenza così viva in quella valle, come in tanta parte d’Europa, nel malefico potere delle streghe, si ritrovi pure una reminiscenza delle caccie selvaggie; poichè narrasi che le streghe mutatesi in galline, in gatti, in capre e caproni, usavano riunirsi di notte, non già vicino ai tronchi dei faggi e dei castagni, ma in assemblee aeree, e passando sui villaggi, mentre facevano un rumore assordante, erano cagione agli alpigiani d’inenarrabile spavento.
Non ho trovato nelle leggende delle Alpi appartenenti all’Italia altro ricordo dei cacciatori selvaggi; eppure le credenze degli alpigiani tedeschi a quel riguardo hanno dovuto anche estendersi sulle nostre montagne, ed altri sarà, spero, più fortunato di me nelle ricerche, mentre sono ancora tante le leggende italiane, che debbono essere raccolte e conservate con amore.
Però in diverse regioni d’Italia non solo nella leggenda di Teodorico, ma pure in altri fantastici racconti, si può trovare il ricordo dei cacciatori infernali, secondo le credenze medioevali; poichè si narrò che in occasione dell’ultima visita di Eugenio IV a Firenze, furono visti di sera, in vicinanza di Como, quattro mila cani, i quali correvano verso il Nord. Precedevano un’immensa quantità di bestiame, poi veniva una folla di uomini armati, a piedi o a cavallo, gli uni senza testa, gli altri con teste appena visibili. Apparve finalmente dietro di essi un cavaliere gigantesco, seguìto da altre bestie innumerevoli [63].
Anche nella notte che precedette la grande innondazione della valle dell’Arno, nel 1333, uno dei santi monaci di Vallombrosa sentì, mentre era nella cella, un suono infernale, ed essendo egli uscito all’aperto, vide dei cavalieri armati, neri e dall’aspetto terribile, che passavano di galoppo. Egli pregò uno di quei fantasmi di dirgli ove erano diretti; ma sventuratamente i feroci cavalieri non inseguivano fantastici animali, e venne risposto al santo uomo che andavano a distruggere Firenze in punizione dei suoi peccati [64].
Forse ancora nel nostro secolo sui monti dell’Appennino, nelle foreste della lontana Calabria e su tutte le terre meridionali, ove, essendo portate dai Normanni, divennero anche popolari le leggende del ciclo d’Artù, si potrebbe trovare la poesia stupenda della credenza nei selvaggi cacciatori. Speriamo che l’avvenire possa farcela conoscere nel suo assieme che deve essere così poetico e grandioso.

Note:
43 GRIMM, Kleinere Schriften, art. cit.
44 HERSART DE VILLEMARQUÉ, op. cit., pag. 122.
45 MÉLUSINE, Revue de Mythologie. – Le monde fantastique dans la Haute Bretagne.
46 GIOSUÈ CARDUCCI, Rime nuove. – La leggenda di Teodorico.
47 Traduzione del conte Secco-Suardo.
48 Vento violentissimo che spesso cagiona danni infiniti sulle Alpi.
49 LUTOLF, op. cit.
50 Gerusalemme liberata, Canto XIII, 21.
51 Ludwig Rochholz, nella sua opera Schweizersagen aus dem Aargau, riferisce molte di queste leggende note verso il Giura.
52 Inferno, XIII, 109.
53 Inferno, XIII, 124.
54 GRAF, Demonologia in Dante. – Giorn. stor. della letteratura italiana, vol. IX, fasc. 25-26. «Anche in Dante s’incontrano cagne bramose e correnti che lacerano i violenti contro se stessi, non no­mina i demoni ma s’intende che lo sono. Opportuna perciò la comparazione che più di una volta Dante fa dei suoi demoni con mastini e cani furibondi e crudeli».
55 Il Grimm, nella sua Mitologia tedesca, vuol ritrovare ancora nelle dee Straggele e Stampa la dea Bercht.
56 LUTOLF, op. cit.
57 LUTOLF, op. cit.
58 Il Grimm vuol trovare nella parola Türst il nome di un cac­ciatore selvaggio.
59 ALFRED CÉRESOLE, Les légendes des Alpes Vaudoises.
60 J. DEMOGEOT, Histoire de la littérature française, pag. 220.
61 WILHELM MANNHARDT, Der Baumkultus der Germanen und ihrer Nachbarstämme, pag. 143.
62 GUILLAUME D’ORANGE, Chansons de geste des XI et XII siècles, publiées pour la première fois par Jonckbloet. La Haye, 1854.
63 BURCKHARDT, La civilisation en Italie au temps de la Renais­sance. Traduction par M. Schmit, 1885, pag. 307.
64 G. VILLANI, Storia, XI, 2.

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