Usanze e Tradizioni nel Giorno dei Morti

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In molte regioni italiane ritroviamo determinati riti per accogliere i morti in queste giornate. In Puglia, ad esempio, la sera precedente il giorno dei morti, è usanza apparecchiare la tavola e preparare da mangiare per i defunti, i quali, secondo la tradizione, ne beneficeranno durante la notte tra il 1° e il 2 di novembre. Secondo altre usanze, il cibo andrebbe posato sui davanzali delle finestre affinchè i morti possano apprezzare questi doni culinari, anche solo attraverso l’olfatto.

In queste giornate non era raro intravedere gli spiriti, i luoghi di più facile incontro con queste presenze, nel folclore meridionale, erano sicuramente i crocevia, in cui il defunto, confuso dalla pluridirezionalità che questi posti propongono, diveniva aggressivo e poteva attaccare i passanti, in alternativa vi erano le fontane, che di notte divenivano luoghi di stazionamento degli spiriti.

Infine c’era il rischio, passando davanti ad una chiesa, di assistere incautamente alla cosiddetta “messa dei morti”, che si ritrova spesso nei racconti dei contadini di moltissime regioni della Penisola, e di correre il pericolo del contagio di morte.

De Martino annota alcune testimonianze di questi contatti, che ci apprestiamo a riportare:

“Adelina Truncellito, di anni 50, contadina di Valsinni, riferisce che la messa di morti viene celebrata da un sacerdote che volge le spalle all’altare. Un certo Fiore vi ha assistito una mattina, quando doveva recarsi alla fiera di Rotondella. Vide la chiesa aperta e illuminata, zeppa di persone. Ma non erano persone, erano anime di morti. Una di queste anime gli si avvicinò, gli toccò un braccio e gli disse: Chi fai qui? Non è messa per te! Fiore scappò spaventato e per tre giorni ebbe freddo e febbre.”

“Fu di notte, mentre andava ad attingere acqua alla fontana. La porta della chiesa era aperta e Rosa ci entrò ad assistere alla messa. Ma una delle anime presenti che le era comare di San Giovanni, l’avvertì del pericolo che correva: <<Vattene, questo non è posto per te, se non te ne vai ci rimarrai>>. Rosa scappò via, e la comare le chiuse la porta alle spalle, ma un lembo della gonna s’impigliò fra i battenti e si lacerò. Rosa tornò a casa e per tre giorni ebbe freddo e febbre.”

Questo tipo di leggende è riscontrato anche in Abruzzo. Finamore infatti ci riporta alcuni racconti simili:

“Una fornaia […] alzatasi assai di buon’ora, andava ad accendere il forno. Nel passare davanti a una chiesa, che vide illuminata, credette che vi uffiziassero, ed entrò. La chiesa era illuminata e piena di popolo. Inginocchiatasi, una sua comare, già morta, le si avvicina e dice: <<Comare, qui non stai bene; va’ via. Siamo tutti morti e questa è la messa che si dice per noi. Spenti i lumi, moriresti dalla paura a trovarti in mezzo a tanti morti>>. La comare ringraziò, e andò via via subito; ma per lo spavento perdette la voce.”

“Una donna […] andò di notte in chiesa per udir la messa dei morti. Una comare, già morta, le si avvicinò e e le disse: <<Va’, questa messa non è per te, ma per noialtri morti. La dice un prete che non l’aveva detta in vita; e la sentono coloro che non l’hanno sentita quando erano in vita. Se rimanessi qui mentre il prete dirà il primo Dominus vobiscum, cadresti stecchita>>. E la donna non udì a sordo e andò via a gambe”.

Sempre De Martino, in relazione al giorno dei morti, riferisce che “i morti tornano la notte del 2 novembre, e i parenti prepareranno il cibo sul davanzale della finestra, affinchè, al loro passaggio processionale a mezzanotte, possano cibarsi”.

A tal proposito, riporto la testimonianza raccolta personalmente di una donna di Altamura, che ci mostra come le credenze sul giorno dei morti siano ancora vive nella tradizione pugliese:

“Era il 2 novembre e mia madre uscì, dicendomi di non accendere la musica, per rispetto verso i morti. Io non l’ascoltai, ero piccola, e accesi la radio. A una certa, vidi fuori dal balcone un uomo con un grande mantello nero, che mi fissava dalla strada. Mi girai un attimo, e riguardando, la sua testa era appena sotto dalla ringhiera del balcone. Presa dallo spavento, scappai via, spegnendo di corsa la radio e dicendo ai miei fratelli di fare lo stesso”.

In Sicilia invece, durante questa ricorrenza, secondo la tradizione, le anime dei morti lasciano regali ai bambini e vengono onorate e ricordate con grandi banchetti consumati in loro onore. 

In Sardegna era usanza andare a visitare il cimitero e prima di cenare i bambini andavano in giro per il paese a bussare alle porte, dicendo “Morti, morti…”, ricevendo in cambio dolci, frutta secca e a volte denaro. Al ritorno, si mangiava con tutta la famiglia riunita. Finito il pasto non si sparecchiava, lasciando tutto intatto per gli spiriti dei defunti che avrebbero visitato la casa di notte. Questa stessa usanza si riscontra in Abruzzo, in cui si aggiungeva la decorazione delle zucche.

In Calabria, nelle comunità italo-albanesi, si andava invece in corteo verso i cimiteri e, dopo benedizioni e preghiere per entrare in contatto con i defunti, si preparavano dei banchetti direttamente sulle tombe, invitando anche eventuali visitatori a partecipare.
A Bormio, la notte del 2 novembre si mette sul davanzale una zucca riempita di vino e, in alcune case, si imbandisce la cena.
In Piemonte era uso, per cena, lasciare un posto in più a tavola, riservato ai defunti che sarebbero tornati in visita.
Ciò accade anche a Val d’Ossola, in cui, dopo la cena, tutte le famiglie si recavano insieme al cimitero, lasciando le case vuote in modo che i morti potessero entrare a ristorarsi in pace. Il ritorno alle case era poi annunciato dal suono delle campane, affinchè i defunti potessero ritirarsi senza venire infastiditi.
Diffusa è anche l’usanza della questua fatta da schiere di ragazzi o di contadini e artigiani che vanno di casa in casa cantando un’appropriata canzone.

A Pettorano sul Gizio (Abruzzo) essa era:

“Ogge è lla feste de tutte li sande:

Facete bbene a st’aneme penande…

Se vvu bbene de core me le facete,

nell’altre monne le retruverete.”

 

In Puglia suonava invece così:

“Chemmare Tizie te venghe a cantà

L’aneme de le muerte mò m’a da dà.

Ah ueullà ali uellì

Mittete la cammise e vien ad aprì.”

La persona a cui era rivolta si alzava, faceva entrare in casa la combricola ed offriva vino, castagne, taralli ed altro ancora.

In Emilia Romagna erano invece i poveri ad andare di casa in casa a chiedere “la carita’ di murt”, ricevendo cibo dalle persone da cui bussavano.

A Castelpoggio, in provincia di Massa Carrara, si festeggia il bén d’i morti, in cui si distribuisce cibo ai più bisognosi e le cantine offrono a tutti un bicchiere di vino. Ai bambini si mette al collo la Collana di Baduci, un filo di castagne bollite con una mela al centro, il tutto in onore ai propri morti, al fine di celebrarli e rasserenarli.

In Friuli, per questa ricorrenza, i contadini lasciano un lume acceso, un secchio d’acqua e un po’ di pane sul tavolo prima di andare a dormire, mentre nel Vigevanasco (Vigevano) e in Lomellina si usa mettere in cucina un secchio, l’acqua fresca, una zucca di vino, piena, e sotto il camino il fuoco acceso e le sedie attorno al focolare.

Sempre in Friuli, come anche nelle vallate delle Alpi lombarde, si crede che i morti vadano in pellegrinaggio a certi santuari o in certe chiese lontane dall’abitato, e chi vi entrasse in quella notte le vedrebbe affollate da una moltitudine di gente che non vive più e che scomparirà al canto del gallo o al levar della “bella stella”. 

In questo frangente temporale non vagavano solo le anime dei defunti, ma anche presenze più temibili come demoni e streghe. E’ d’uso in molti luoghi d’Italia, infatti, accendere i falò di Ognissanti, fuochi rituali che illuminano la strada ai morti ma che distruggono le potenze demoniache.

Un esempio ancora oggi perpetuato è il “Fucacoste e cocce priatrorje” di Orsara di Puglia, che va dalla sera del 1° novembre all’alba del giorno seguente. Nei giorni che precedono la ricorrenza, vengono preparate le “cocce priatorije”, zucche con sembianze umane; viene accatastato il legname necessario al falò e si preparano vino, pane, patate, dolci tipici e altri ingredienti per le pietanze che saranno consumati nella notte del 1° novembre, quando in ogni stradina della città si terrà  un banchetto a base di piatti “poveri” ma gustosi e in tutto il paese saranno esposte centinaia di zucche lavorate in modo creativo e illuminate al loro interno, mentre verranno nel frattempo accesi i falò di rami di ginestre in onore ai defunti. Anche qui gli avanzi vengono riservati ai morti, lasciandoli disposti agli angoli delle strade.

Per finire, parlando di morti, non si può omettere l’esperienza del lutto.

Nel Sud è infatti usanza, quando muore un proprio caro, coprire tutti gli specchi della casa, in modo da evitare che lo spirito, nel fissare la propria immagine, rimanga imprigionato nell’oggetto riflettente.

Fino a pochi anni fa, in molte regioni meridionali, non era inoltre raro, in queste situazioni, assoldare delle “prefiche”, ovvero delle donne che, vestite con abiti scuri e coperte in viso con un velo nero, si recavano presso la dimora in cui giaceva il defunto e avevano il compito di compiangerlo e decantarne le virtù, spesso arrivando a grida e lamenti molto più forti di quelli degli stessi parenti del morto. Questo “pianto rituale” aveva origini pre-cristiane, si riscontra infatti nelle civiltà greca e romana, e proprio dai romani deriva il loro nome, “prefica” viene infatti dal latino “praeficere”, ovvero “stare a capo, guidare”, da intendersi, in questo contesto, come guidare il pianto.

 

Bibliografia:

Daniela Fabrizi, Fabio Petrelli. Strix: Le ritualità arcaiche nel giorno dei morti. 2013

Annamaria Rivera. Il mago, il santo, la morte, la festa: forme religiose nella cultura popolare. Edizioni Dedalo, 1988.

E. De Martino. Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre al pianto di Maria. Einaudi, 1958.

G. Finamore. Credenze, usi e costumi abruzzesi. Pedone Lauriel, Palermo 1890.

Valentina Vantaggiato. Le prefiche salentine.

http://www.partecipiamo.it/halloween/morti.htm

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