Le Fate della Sibilla – Stregoneria e Paganesimo nelle Marche

Maestosa, nel cuore dell’Appennino centrale, sorge la catena dei Monti Sibillini. Il nome della catena deriva dal celebre Monte Sibilla che nasconde presso la vetta, e sopra una curiosa corona di rocce, l’altrettanto famosa grotta, oggetto e causa di moltissime leggende. Qui si trovava, secondo la tradizione popolare, il paradiso della Sibilla appenninica, detta altrimenti Sibilla Picena o di Norcia, Sibilla di Norsa, Nortia o Norzia; mitica figura arricchitasi nel tempo di sempre nuovi attributi, desunti dai diversi culti che man mano si sono succeduti.

Secondo la tradizione locale, la Sibilla è una fata buona, veggente ed incantatrice, che vive circondata dalle sue magiche ancelle che scendono a valle per insegnare a filare e tessere le lane alle fanciulle del posto.

Simile a questa è la tradizione per la quale le fate sarebbero donne bellissime con piedi caprini, che di notte frequentano le feste ed i balli dei paesi, ma devono ritirarsi sui monti prima dell’alba: alla fuga precipitosa da una di queste feste nella quale si erano attardate, la leggenda fa risalire la Strada delle Fate, una faglia a 2000 metri sul Monte Vettore.

Nelle Marche, invece, i vecchi raccontano che le Fate della Sibilla ballavano il saltarello all’interno del loro antro, in cima alla montagna, calzando zoccoli di legno di fico. Furono le Fate, secondo la leggenda, ad insegnare il saltarello agli uomini e a costruire il primo tamburello.

Sempre secondo la tradizione locale, fu la Sibilla a scaraventare sull’antico paese di Colfiorito una pioggia di pietre per punire gli abitanti per la loro mancanza di rispetto nei confronti delle sue fate. Gli abitanti abbandonarono questa località, ma successivamente un popolo nomade rifondò il nuovo paese di Pretare, stringendo legami di forte amicizia con le fate stesse.

L’origine della figura della Sibilla è fatta risalire da alcuni al culto di Cibele, da altri a quello di Venere, da altri ancora ai culti animistici e poi all’etrusca dea Nortia. La questione si presenta complessa, le fonti molteplici e discordi; ritrovamenti, iscrizioni, studi eziologici sembrano sostenere più di una teoria e convalidare le ipotesi di diversi studiosi.

E di certo la Sibilla assomma in sè‚ molti, troppi attributi per non destarci il dubbio della contaminazione: è indovina come Nortia, dea degli Etruschi, inventori dell’aruspicina; è ammaliante e sensuale come la Venere terrestre, il cui culto è attestato in questi luoghi; è segreta come l’asiatica Cibele dei riti orgiastici. La parentela con la Grande Madre anatolica è avvalorata poi da altri elementi, come ad esempio la possibile derivazione filologica del nome dell’una da quello dell’altra (Cibele/Sibilla), come sostiene Febo Allevi, o il fatto che la Dea orientale sia anche Divinità dei monti e delle acque come la nostra Sibilla lo è delle fonti e del lago nascosto nella valle del Monte Vettore. Inoltre l’appellativo a Cibele di Dea “Turrita” o “Turrigera”, cioè coronata, ci ricorda la corona di rocce intorno alla cima del nostro monte; infine le due figure condividono la primitiva sede nel Monte Ida, secondo la testimonianza dello storico greco Pausania, e il dono della profezia. Il ricordo più antico di responso sibillino risale al III d.c., quando, a detta dello storico Trebellio Pollione, l’imperatore Claudio II il Gotico si recò sull’Appennino a chiedere della propria sorte.

La vicinanza poi del luogo al cammino seguito dai pellegrini di tutta Europa, in epoca cristiana, per arrivare a Roma, ha fatto sì che la leggenda fosse conosciuta da molti viandanti e da questi riportata nelle rispettive terre: il mito si espanse così oltre i confini italiani. Infatti, sulla più antica trama della leggenda della Sibilla Appenninica, a cui si erano ispirati sia Andrea da Barberino sia Antoine de La Sale nel XV secolo, nacque in Germania, sin dalla fine del trecento, la leggenda del valoroso cavaliere Tannhäuser che si reca a Monte Sibilla, chiamato Venusberg (Monte di Venere), e dopo essere stato per un anno tra le braccia di Frau Venus, da cui il nome Frau Venus Berg per la grotta, si reca dal Papa Urbano IV per avere l’assoluzione dai suoi peccati. Non la otterrà e ritornerà fra le braccia della sua tanto amata Venere.

Per comprendere però l’origine della Sibilla nel suo originario culto, occorre tornare indietro nel tempo fin dalla comparsa dei primi uomini insediatesi nel Territorio Umbro-Piceno. L’Appennino fu occupato da parte degli Umbri, Popolo indoeuropeo che doveva essersi reso conto che la Grotta avesse particolari peculiarità.

Unica fonte di notevole importanza per la Religione Italica sono le Tavole Eugubine (1000 a.e.v.), che danno una sommaria indicazione dell’antichissimo “Olimpo” religioso umbro. Una Religione politeistica arcaica con 25 divinità. Tra quelle citate dalle Tavole, è la Dea Cupra ad avere assonanze con la Sibilla Picena.

Domenico Falzetti, come origine dei Riti Magici operati nella Grotta della Sibilla, indica la data del 3.000 a.e.v., ossia contestuale all’insediamento delle primitive popolazioni. Quelle Civiltà preistoriche erano dedite all’Animismo, al Culto degli spiriti buoni e maligni e a quello delle Fate veggenti, tutte attività tipiche del Culto pagano.

La ricerca storica di Falzetti “Come nacquero le Leggende dei Monti Sibillini” Millefiorini, Norcia (1963), e lo studio storico-letterario “Il Paradiso” di A.de la Sale di Fernand Desonay datano la fondazione della Città di Norcia nell’anno 1.497 a.C. e contemplano una ipotesi di interdipendenza tra la Sibilla e il Culto della Dea Nortia o Fortuna. Affermano una stretta relazione tra l’evirazione – che i sacerdoti pagani subivano con l’ausilio dei Cerusici di Norcia – e i riti orgiastici.

Con l’insediamento della Civiltà Ellenica, il Culto di Nortia, Dea etrusca della Fortuna con un Tempio situato in Volsinium (Orvieto), venne associato a quello di Nemesi, e fu sostituito solo nel IV sec. e.v. con la dedicazione del Tempio a Santa Maria Argentea.

Tornando alla Sibilla, la Tradizione oracolare nell’Italia centrale vede la implicata nella Profezia di Enea e la Fondazione di Roma (753 a.e.v.). L’attenta analisi dell’Eneide di Virgilio ci fornisce questa nuova chiave di lettura: Virgilio, nel libro VI dell’Eneide, riferisce della profezia che la Sibilla fa ad Enea ambientandola nel Lago Averno, a Cuma. In questa maniera, però, avrebbe indicato la Sibilla Cumana in maniera impropria. Infatti, in quel tempo, non esisteva ancora nè il Tempio/oracolo di Apollo di Roma (440 a.e.v.) nè tantomeno la Grotta della Sibilla Cumana, edificio/antro costruito intorno al III-IV Sec. a.e.v.
Pertanto, è più proprio ritenere che la Sibilla consultata da Enea fosse quella Appenninica, il cui culto era preesistente. Virgilio stesso, nei successivi carmi dell’Eneide – VII e VIII – riferisce notizie relative alla Città di Norcia, alimentando ulteriormente la teoria. Nel settimo, Virgilio parla di una Italia preromana in cui il figlio di Saturno, la Divinità Pico, aveva come dimora la Grotta della Sibilla sorretta da 100 colonne e dove erano conservate le immagini delle principali divinità Italiche come quelle di Sabino, suo fratello, quelle di Giano bifronte guardiano dei territori tra Tirreno e Adriatico, Italo che proveniva dall’Arcadia e i Re stanziali della Montagna.

A sostegno della teoria che vede la Sibilla collegata con il Dio Pico, Giovanni Rocchi afferma che i segni ancora visibili su quello che era il frontone dell’antro, attualmente scomparso, facevano parte di una epigrafe bustrofedica picena: “SIPILLA THEI PIKI”, traducibile come “Sibilla del dio Pico”.

Sempre nella regione delle Marche, si riscontrano le rimanenze di diversi culti, tra cui quello di Mitra, come dimostra l’esistenza dell’Abbazia di s. Croce a Sassoferrato, edificata sulla terra che apparteneva a Sentinum, sacra al Dio, del quale abbiamo raffigurazione nella “parete esterna” originale, quella che è possibile vedere salendo le scale del matroneo, di due soli, simbolo mitraico.

Nella chiesa di s. Lucia a Montefiore dell’Aso, all’interno della cappella di s. Antonio da Padova, troviamo invece una Madonna Nera, sovrapposizione del culto della Dea Floris qui adorata in precedenza e che ha persino dato il nome alla città, Mons Floris.

Infine, la Festa delle Canestrelle o delle Cove di Macerata, che consiste nell’offerta di grano alla Madonna in prossimità della fine dell’estate, trae probabilmente la sua origine nell’offerta del grano che gli antichi solevano fare in onore della dea Cibele.

Bibliografia:
http://www.ilquotidiano.it/articoli/2012/03/12/114383/stage-sul-saltarello-marchigiano
http://vocesibillina.blogspot.it/2011/04/la-sibilla-appenninica.html
http://umbriaceltica.webs.com/imontisibillini.htm
http://www.notitiae.info/2011/11/08/la-sibilla-appenninica/
http://www.provincia.mc.it/?p=8721
http://www.luoghimisteriosi.it/marche_sassoferrato.html
http://www.luoghimisteriosi.it/marche_montefiorenera.html

Rocchi G. (1996), Sibilla = Disegno di Dio, Amandola, Cooperativa Centofoglie.
Siliquini L. (2004), La Dama delle Acque. Misteri e Tesori della Sibilla Appenninica, Andrea Livi Editore, Fermo.
D. Falzetti, Come nacquero le leggende dei Monti Sibillini, Norcia, 1963.
A. De La Sale, Il Paradiso della Regina Sibilla. Preceduto dal commento storico – letterario di Fernand Desonay, Norcia, Ed. Millefiorini, 1963.

lucio apollonio1

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