Streghe, spiriti e fate a Venezia

Il Casino degli Spiriti

Là dove terminano le lunghissime fondamente Nove e ci si affaccia sul piccolo bacino di sacca della Misericordia, di fronte a voi, in lontananza, potrete intravedere il “casino degli spiriti”, così chiamato nei secoli da generazioni di barcaroli e pescatori.
Lo stabile, che fa parte del complesso di palazzo Contarini dal Zaffo, venne edificato nel Cinquecento dalla nobile famiglia quale meta di lieti convegni e adunanze letterarie. Abbandonato con il tempo, esso assunse la sinistra denominazione. Più che legato a una storia particolare, è conosciuto come luogo di ritrovo notturno di spiriti irrequieti.

La strega che uscì dal muro

Venne il tempo, per la figlia maggiore del pittore Jacopo Robusti detto Tintoretto, Marietta, di fare la prima comunione. All’epoca, per i bambini che avevano appena ricevuto il sacramento, vi era l’usanza di predisporre la cappella del convento di Madonna dell’Orto affinchè potessero andare ogni mattina, per dieci giorni, a ricevere l’eucarestia. Fu così che la prima mattina, recandosi a messa attraverso il grande giardino del convento, Marietta incontrò una vecchia che le chiese dov’era diretta, “A fare la comunione”, rispose lei.
“Dì, vuoi diventare come la Madonna?”, incalzò la donna. “Oh, ma è impossibile” replicò la piccola. “No, non è impossibile se farai come dico. Invece di fare la comunione, tieni la particola in bocca, poi nascondila nella tua camiciola e appena tornata a casa mettila in un posto sicuro. Quando ne avrai dieci tornerò, e vedrai che bella sorpresa.”
Per qualche giorno la bimba fece come la donna le aveva detto, e per timore che qualcuno scovasse le ostie consacrate, le nascose dentro una scatola di latta che celò dietro l’abbeveratoio nel giardino di casa, in prossimità di un piccolo ricovero dove il padre, com’era uso all’epoca, teneva un paio di maiali e un’asina. Ma cinque o sei che furono le ostie, una mattina i servitori di Tintoretto salirono in casa a chiamare il pittore, che venisse a vedere da sé ciò che stava accadendo: in giardino le bestie stavano inginocchiate davanti all’abbeveratoio e non volevano saperne di alzarsi, nemmeno a bastonate. Jacopo allontanò tutti; quel comportamento degli animali gli faceva sentire odore di zolfo.
Rimasto solo, iniziò la sua ricerca, e non gli ci volle molto per scoprire la scatola di latta. A quel punto alla bambina non restò che confessare tra le lacrime, come una specie di fiume in piena: “C’è una vecchia, padre, che mi ha fermato per strada, e mi ha detto che diventerò come la Madonna se riuscirò a metterle da parte dieci particole”.
Tintoretto, che per il lavoro che svolgeva – benché uomo di fede – era a conoscenza di alcune pratiche legate alla cabala e alla magia, sapeva bene che con quel metodo le vecchie streghe ne “reclutavano” di più giovani con l’inganno. Decise di non farne parola con alcuno. Intimò a Marietta di tornare a fare la comunione come ogni brava bambina doveva fare, e le disse di non preoccuparsi, che se la vecchia signora fosse tornata, ci avrebbe pensato lui.
Giunta la mattina del decimo giorno, il pittore istruì la figlia: una volta ritornata a casa dalla messa, si sarebbe messa in attesa sul davanzale, e qualora la vecchia si fosse fatta vedere, l’avrebbe lasciata salire in casa.
La strega non tardò, e Marietta, su indicazione del padre, andò ad aprirle. Ma non fece in tempo a varcare la soglia del salone al piano superiore che l’artista l’aveva già aggredita con un enorme bastone nodoso. Dopo le prime legnate andate a segno, la vecchia fu lesta a trasformarsi in gatto, e in tale forma iniziò a correre e arrampicarsi come una pazza lungo le pareti, sui mobili, sui tendaggi.
Ma Tintoretto era una furia: gatto o donna, per lui faceva lo stesso. E continuò a colpire come un ossesso finché la strega, vistasi perduta, lanciò un grido acutissimo, disumano, e avvolta in una nube nera si scagliò con tale violenza contro la parete che ne uscì all’esterno lasciando un foro nel muro. Nessuno la rivide mai più.
Ma Tintoretto, affinché ella non potesse in alcun modo rientrare in casa da dove se ne era fuggita, e per ricordarle cosa doveva accaderle se si fosse fatta rivedere in quei paraggi, fece murare a guardia delle pareti domestiche il rilievo di Ercole con la clava lì, dove ancora oggi è visibile.

La processione dei morti e il lume

Nella zona di San Francesco della Vigna si racconta una storia che ha come protagonista un buonuomo. Questi, sorpreso dall’oscurità nel rincasare tardi dal lavoro, incrociò una processione di morti che girava attorno al piccolo cimitero parrocchiale: era un 2 di novembre. Tutti i defunti portavano un cero in mano, e uno di essi vedendolo gli disse: “Buonuomo, dove andate senza un lume a quest’ora della notte? Tenete il mio”. E con quello l’uomo potè fare ritorno.
Ma il mattino dopo, aperta la dispensa dove aveva deposto il lume, vi trovò la mano di un morto. Terrorizzato, aspettò che tornarsse l’oscurità, e con e col favore delle tenebre tornò davanti al muro del cimitero. La processione dei morti era ancora lì; tutte le anime avevano un lume in mano meno una, quella benevola che la notte precedente aveva voluto aiutarlo. L’uomo allora, pieno di paura, le si avvicinò e le ridiede la mano che subito si tramutò nuovamente in lume.

La dama vestita di bianco

Narrano le cronache di come, nel corso di un’annata di particolare siccità, il pozzo di corte Lucatello iniziò a prosciugarsi con grande preoccupazione degli abitanti del quartiere che, rubando l’acqua di nascosto, ben presto cominciarono a farsi dispetti.
Una sera, molto tardi, un barcarolo della zona recatosi col secchio al pozzo vi trovò una donna tutta vestita di bianco. Sorpreso, il poveruomo fu colto subito da un brivido di paura ; a quel tempo infatti, si diceva che a una certa ora delle notti buie le calli fossero popolate da streghe malvage. La donna, intuiti i timori dell’uomo, gli disse: “Non è di me che devi aver paura, ma di ciò che potrebbe capitarti stanotte, poichè se non torni a casa prima dell’alba, la terra si macchierà del tuo sangue”.
Sempre più spaventato, il barcarolo le intimò di andarsene subito, ma imperterrita ella iniziò invece a pregare. Fu allora, mentre il barcarolo si avvicinò al pozzo, che un altro uomo armato saltò fuori dall’oscurità e lo assalì coltello alla mano. La colluttazione durò pochissimo e il barcarolo cadde a terra ferito gravemente. Resosi conto del suo gesto, l’aggressore iniziò a disperarsi e a invocare tutti i santi del cielo. La donna vestita di bianco prese allora il coltello, e dalla lama ancora imbrattata fece cadere nel pozzo tre gocce di sangue: in un istantela cisterna si riempì così tanto d’acqua da traboccare. Poi intinse nell’acqua il suo fazzoletto e pulì la ferita del barcarolo che per incanto si rimarginò. Infine, intimò ai due uomini di tornarsene a casa, assicurandoli che da quel momento vi sarebbe stata acqua in abbondanza per tutti. Nell’andarsene essi si volsero per ringraziare la misteriosa signora, ma questa si era già dissolta nel nulla. Ancora oggi nelle buie notti di luna nuova, la dama in bianco fa delle fugaci apparizioni nella corte. Si dice che il suo corpo sia sepolto lì, murato tra le pareti del pozzo all’epoca dell’edificazione per occultare l’omicidio compiuto da un nobile, suo amante.

Le fade

Nella tradizione, le fade (fate), vestite di bianco che appaiono nelle magiche notti veneziane sono spiriti di donne morte di parto.
Esse si mescolano ai viventi sotto forma di dolci e bellissime fanciulle, ma la loro vera natura è tradita dagli orribili piedi stravolti o caprini.
Esseri infidi e pericolosi, donano ricchezza e bellezza, ma al loro apparire bisogna nascondere ogni ferro tagliente.

La fata che donava la bellezza

Una sera, tornando a Vespri, la giovane Dorina Lotti – che aveva compiuto i suoi sedici anni da solo un giorno – incontrò in questa calle una ragazza stupenda, tutta vestita di bianco. La giovane, rimasta immobile, la guardò fissa mentre le passava davanti senza dire una parola. Il fatto si verificò per tre giorni di seguito e Dorina, oltre a non poter fare a meno di pensare alla stranezza dell’avvenimento, era affascinata dalla singolare bellezza di quella immagine. Che il quarto giorno le rivolse la parola: “Dì, piccola Dorina, non ti piacerebbe diventare bella come me?”. “Come sai il mio nome? – disse la ragazza spaventata – non sarai mica una strega?”. Era il 1588. In città e nei dintorni si svolgevano da mesi lunghi processi per stregoneria. La ragazza dalle vesti bianche rise giovialmente: “Ho forse l’aspetto di una strega? Il mio nome è Laura, sono venuta ad abitare in questa parte della città da qualche giorno, e l’assiduità con cui ti rechi in chiesa mi ha colpito: per questo vorrei premiarti svelandoti il segreto della mia bellezza. Davvero non ti piacerebbe essere bella come me?”. Era davvero irresistibile, e la giovinella capitolò: “Spiegami cosa devo fare”, le chiese. “Questa notte, quando ti sarai chiusa nella tua stanza, copri tutti i mobili con delle lenzuola bianche. Poi spogliati, ungi il corpo col contenuto di questa ampolla, accendi molte candele e mettiti a letto dopo aver indossato una veste candida e aver lasciato aperto uno spiraglio della finestra. Di lì a poco arriveranno tre bellissime donne, vestite di bianco come me, che si fermeranno ai bordi del letto. Tu non aver paura: non invocare Dio o la Madonna, ma chiedigli ciò che desideri. E ricordati di non lasciare specchi in vista o coltelli a portata di mano”. Il desiderio si era fatto bruciante. Dorina attese l’ora convenuta e fece esattamente quello che Laura le aveva detto. Ma dimenticò di coprire il piccolo specchio che teneva appeso dietro la porta. Le tre dame bianche arrivarono, e chiesero alla giovane cosa desiderasse; al momento di rispondere però, lo sguardo di Dorina cadde sullo specchio, e quanto vide le fece gelare il sangue nelle vene: viste riflesse, le loro delicate spalle apparivano dei dorsi deformi e pieni di pelo, come quelli degli animali. Con un urlo la ragazza balzò dal letto e precipitandosi fuori dalla stanza, uscì di casa continuando istintivamente a correre verso la chiesa. Ma nella sua fuga disperata Laura le apparve nuovamente, sempre nello stesso punto della calle.
“Zitta, stupida! – le fece quest’ultima – che ti succede?”. Dorina era troppo spaventata per rispondere. “Non avrai mica combinato qualcosa di sbagliato, vero?”, incalzò l’altra. Fu abbassando lo sguardo che la ragazzina si accorse che la bella donna in bianco aveva piedi caprini.
Vistasi scoperta, Laura emise un sinistro grugnito di fastidio e fece per colpire la piccola Dorina, quando questa esclamò: “Oh, Madonna mia, salvatemi!”. Una immensa luce sovrastò allora la calle, e al dissolversi del bagliore la fata malvagia era sparita nel nulla. E’ da allora, che nella calle si trova la statua di ringraziamento alla Santa Vergine.

La caccia degli spiriti selvaggi

Elisa Zurlin, conosciuta da tutti nel rione come la sartora, perchè di mestiere faceva la sarta, amava fermarsi fino a tardi con le amiche, la sera, a fare qualche chiacchera per non sprofondare nella solitudine dopo che la guerra le aveva strappato ancora giovane il marito, morto sui campi di battaglia della prima guerra mondiale. Era un’estate calda del 1921 e da qualche giorno, attraversando il campo per tornare a casa, nel buio della notte, per quanto non fosse in grado di vedere nulla, sentiva sopra la testa come uno strano e insistente frullare d’ali.
Quando lo raccontava alle amiche,queste non volevano crederle, ma la sua evidente apprensione fu sufficiente perchè una sera il marito di una di loro la accompagnasse a casa, verificando di persona lo strano fenomeno, una volta giunti nei pressi di Sant’Agnese. “Sai cosa devi fare? – la consigliò Susi, quella che fra le amiche del gruppo si faceva vanto d’intendersi di pratiche occulte – Quando passerai li, stasera, e sentirai il solito brusio, devi dire: Cacciatori, bei cacciatori, date anche a me della vostra caccia! Vedrai che se veramente sono degli spiriti qualcosa succederà”. Elisa era parecchio restia e impaurita, ma si sa che la curiosità spesso, può più della ragione: giunta in campo e sentito nuovamente il frullìo, disse quello che l’amica le aveva suggerito. Appena terminata la fatidica frase, una voce le rispose: “Tendi il tuo grembiule, che te la butto giù!”, e come lo aprì senti cadere giù quacosa.

Era buio e spaventatissima. Elisa non si fermò certo a vedere cosa fosse; scappò via in fretta e furia e giunta a casa, costatò con orrore che il grembiule era pieno di ossa umane. Terrorizzata, la piccola sartora riusci a malapena ad aspettare il mattino seguente, dopodichè corse dalla sua amica. Ma nemmeno questa seppe darle una spiegazione, e fu così che assieme si recarono fino al campo di Ognissanti, dove abitava una vecchia con la fama di strega. “Adesso devi trovare un gatto tutto nero, senza nemmeno un pelo bianco, e tenendolo nel tuo grembiule assieme a tutte le ossa di morto questa sera dovrai passare per il campo alla solita ora. Non appena sentirai quel frullare d’ali di cui parli dovrai dire: “Cacciatori, cacciatori, venitevi a prendervi la vostra caccia!”. Al momento prestabilito, la donna seguì le istruzioni alla lettera,e non appena ebbe pronunciata le fatidiche parole sentì un forte strattone nel grembiule, come se qualcuno, o qualcosa ne avesse strappato via il contenuto. “Se non portavi qui questo – una voce la apostrofò dall’alto – a quest’ora ormai tu saresti mia”. Era il demonio, al quale la giovane vedova per un soffio non aveva ceduto la propria anima.

[Alberto Toso Fei. Leggende veneziane e storie di fantasmi]

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2 risposte a “Streghe, spiriti e fate a Venezia

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