Etica pro-sociale nella Stregoneria Tradizionale e nelle rimanenze pagane in epoca cristiana

etica prosociale

Spesso, pensando alla Stregoneria Tradizionale – cioè alla religione di epoca medievale e della prima età moderna incentrata sul Corteo delle Dominae Nocturnae, sul Sabba e sulle rimanenze pagane in epoca cristiana – si crede che non avesse etica o, ancora peggio, fosse dominata da un’etica di egoismo e cattiveria gratuita.

In realtà, tutto questo ha poco senso se ci caliamo nel contesto storico: in che epoca infatti si sviluppa la Stregoneria Tradizionale? Nel medioevo, il periodo più cristiano di tutti.
E se al giorno d’oggi troviamo pagani influenzati ancora dall’etica cristiana, come possiamo pensare che in pieno medioevo vi fosse una differenza di etica così netta tra cristiani e pagani?

Pensiamo davvero che una fede che si sviluppa internamente a una società cristiana non sia minimamente influenzata dall’etica imperante al tempo?

Quando parliamo di Stregoneria Tradizionale, infatti, dobbiamo fare attenzione a non scambiare quest’ultima per il gentilismo (paganesimo pre-cristiano).
Non stiamo parlando di paganesimo pre-cristiano intoccato dal cristianesimo, ma di rimanenze di paganesimo in un periodo completamente cristianizzato.

L’etica cristiana è stata quindi sicuramente un minimo assorbita, anche perché il paganesimo pre-cristiano (soprattutto quello romano) spesso era più ortoprassi che ortodossia.

Se guardiamo alle fiabe tradizionali (ad esempio Dama Holle, che ha come focus proprio una Domina Nocturna venerata dalle streghe, Holda) si nota infatti che la protagonista viene premiata quando aiuta sconosciuti o è ospitale. È evidente quindi che questo stesso spirito di solidarietà abbia caratterizzato l’etica anche di quei pagani in epoca cristiana.

Similmente, gli egoisti, coloro che non sono ospitali e non aiutano gli altri, assieme ai pigri e ai lavativi, vengono puniti. Leggiamo direttamente da Madama Holle dei Fratelli Grimm:

“Quando la madre udì come si fosse guadagnata quella gran ricchezza, volle procurare la stessa fortuna all’altra figlia brutta e pigra. Anch’essa dovette sedersi accanto alla fonte e filare; e, per insanguinare la conocchia, si punse le dita cacciando la mano fra i rovi. Poi buttò la conocchia nella fonte e ci saltò dentro anche lei. Si trovò, come la sorella, sul bel prato, e seguì il medesimo sentiero. Quando giunse al forno, il pane gridò di nuovo: “Ah, tirami fuori, tirami fuori, se no brucio! Sono cotto da un pezzo!” Ma la pigrona rispose: “Come se avessi voglia di insudiciarmi!” e proseguì. Poi giunse al melo che gridò: “Ah, scuotimi, scuotimi! Noi mele siamo tutte mature!” Ma ella rispose: “Per l’appunto: potrebbe cadermene una in testa!” e proseguì per la sua strada. Quando giunse davanti alla casa di Madama Holle, non ebbe paura perché‚ già sapeva dei suoi dentoni, ed entrò subito a servizio da lei. Il primo giorno si sforzò di essere diligente, e obbedì a Madama Holle se questa le diceva qualcosa, perché‚ pensava a tutto l’oro che le avrebbe regalato; ma il secondo giorno incominciò già a poltrire e il terzo ancora di più: non voleva più alzarsi la mattina, faceva male il letto di Madama Holle e non lo scuoteva bene da far volare le piume. Madama Holle se ne stancò presto e la licenziò. La ragazza era ben contenta perché‚ si aspettava la pioggia d’oro. Madama Holle condusse anche lei al portone ma, quando la ragazza fu là sotto, invece dell’oro le rovesciò addosso un gran paiolo di pece. “Questo è il ringraziamento per i tuoi servigi,” disse Madama Holle, e chiuse il portone. Allora la pigrona arrivò a casa tutta coperta di pece e non riuscì più a liberarsene per tutta la vita. E il gallo sul pozzo, al vederla, gridò:
“Chicchirichì!
La nostra bimba sporca è ancora qui!”
E la pece le resto attaccata addosso e non volle andarsene finche visse.”

Considerando che Dama Holle è Holda, una delle Dee che passavano con il loro corteo di casa in casa durante le Dodici Notti, questo monito sembra essere molto significativo.
Questa è infatti l’etica che i racconti in suo onore ci riportano.

“E il Cacciatore Furioso? E la Processione dei Morti?”, obietterà qualcuno.

La Caccia Selvaggia è ovviamente furente e brutale, ma il principio di base è un altro: non è che se sei meno gentile con gli altri ti investe di meno o di più.

Semplicemente vederla è presagio di dover morire, tutto qui. Ma andando a vedere ad esempio la prima attestazione medievale della Caccia Selvaggia, quella che Orderico Vitale descrive nella sua Historia Ecclesiastica, addirittura i membri della Processione dei Morti lo invitano a non peccare.

Tutto ciò si spiega molto facilmente.
A livello storico abbiamo due spinte contrastanti, una quella cristianizzante, che spingeva a cristianizzare le rimanenze pagane, e una demonizzante che spingeva a vedere le rimanenze pagane come demoniache e malvagie.
Questo ha portato i cortei ad essere ambigui, potevano portare benedizioni e fortuna come nel corteo di Abundia o la Perchta se ti trovava sulla sua strada ti poteva togliere una costola e sostituirtela con una di legno.

All’interno di questa ambiguità però esistono le persone.
E le persone, per sopravvivere, devono fidarsi l’una dell’altra.
Il corteo e le sue usanze sono sopravvissuti proprio per la loro funzione pro-sociale: se si diffonde l’uso di pulire e ordinare casa, beh ciò migliora la condizione di vita di chi lo fa.
Stessa cosa l’aiuto reciproco evidenziato nel racconto di Dama Holle.
Al tempo stesso la riverenza verso i defunti che ispirano i terribili racconti della Processione dei Morti permettono di evitare rancori e faide di sangue tra famiglie, il che significa non fare fuori mezzo villaggio perché uno del clan A ha parlato male del padre morto di un membro del clan B.

Un culto puramente anti-sociale non avrebbe avuto alcuna possibilità di esistere, perché avrebbe minato la coesistenza tra le persone e avrebbe peggiorato la loro qualità di vita.

È dunque evidente che l’etica anche interna alle rimanenze pagane non potesse essere completamente anti-sociale.
Evolutivamente non avrebbe avuto alcun senso, avrebbe minato la sopravvivenza della specie e sarebbe stata soppiantata nel giro di due giorni, dato che rimpiazzarla avrebbe migliorato la qualità di vita della gente.

L’idea quindi di una completa differenziazione con il cristianesimo e la sua etica è storicamente impossibile.
Molto semplicemente perché non esisteva un’etica pagana nel mondo romano (salvo forse il mos maiorum che però venne soppiantato dall’etica cristiana fin dai primi imperatori cristiani).
La religio romana è ortoprassi: puoi credere quello che vuoi, basta che fai il rito così e cosà. Questa è la religio. Poi ci sono etica, stile di vita, ecc. che il gentile (pagano pre-cristiano) prendeva dalla filosofia. E vi erano numerose scuole filosofiche: pitagorica o neopitagorica, platonica o neoplatonica, stoica, cinica, epicurea, e così via. Anche il mos maiorum si inserisce in questo discorso, visto che si va a legare, nel mondo romano, alla filosofia stoica, considerata l’enorme somiglianza tra i due sistemi.

Con la chiusura dell’Accademia da parte dei cristiani, però, la filosofia non esistette più se non quella che diceva mamma Chiesa.

E allora le persone per caso smisero di aver bisogno dell’etica? No. E il paganesimo che etica dava loro? Nessuna, visto che era ortoprassi.

È evidente quindi che essendoci solo l’etica cristiana le rimanenze pagane abbiano assorbito quella, o abbiano assorbito l’etica anti-cristiana dello spauracchio satanista che la chiesa usava come baubau.
Queste erano le uniche due alternative.

È però altresì evidente che una società non possa reggersi su principi anti-sociali, perché altrimenti crolla. È quindi internamente a questa ambiguità che il paganesimo in età cristiana si colloca.
Perché altro non c’era.
Sono rimasti i riti, le leggende, non è mica rimasto il filosofo neoplatonico che ci parla delle enneadi o dell’Uno!

L’idea di una completa anti-socialità è quindi inattuabile perché distrugge la società, e l’idea di un’etica pagana precedente è antistorica visto che non ci sono stati i presupposti perché sopravvivesse.
Possiamo notare dunque come il paganesimo medievale si reggesse sull’ambiguità tra etica cristiana (spinta cristianizzante) ed etica anti-cristiana (spinta demonizzante).

La spinta demonizzante non poteva essere totale: se il tuo vicino ti ammazza il cane e tu ammazzi il vicino e suo padre ammazza te e tuo padre ammazza suo padre e suo zio ammazza tuo padre, dopo quanti giorni il villaggio cessa di esistere?

Per concludere, dunque, è falso che la Stregoneria Tradizionale non avesse un’etica: i racconti tradizionali stessi ce la tramandano.
E’ però vero che, considerata la spinta demonizzante, quest’etica poteva talvolta essere più tollerante nei confronti di azioni altrimenti definite malvagie. D’altra parte, quanto questa spinta demonizzante si fosse realmente applicata e quanto la sua applicazione fosse soltanto una diffamazione ad opera dei nostri avversari non ci è dato sapere.

Nel dubbio, meglio essere persone civili per evitare che anche al nostro passaggio il gallo gridi: “Chicchirichì, la nostra bimba sporca è ancora qui”!

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Commento all’Aradia o il Vangelo delle Streghe (II): Diana, Lucifero e Aradia

apollo diana kiss

Questo è il Vangelo delle Streghe:

Diana amava molto suo fratello Lucifero, il dio del Sole e della Luna, il dio della Luce (Splendor), che era molto orgoglioso della sua bellezza e che per il suo orgoglio fu scacciato dal Paradiso.

Lucifero (o Splendor) nel testo è il fratello di Diana ed è il Dio del Sole e della Luce.
Ovviamente questo vuol dire che nell’“Aradia” Lucifero è il nome corrotto di Apollo, Dio del Sole e della Luce fratello di Diana della Religione Romana.

Oltre a ciò, nel mito che stiamo leggendo, che è un mito cosmologico, Diana rappresenta l’equivalente della Prakṛti vedica, mentre Lucifero rappresenta l’equivalente del Puruṣa.

La Prakriti, secondo la filosofia indiana del Samkhya, è l’Energia Cosmica Materiale, la materia inerte primordiale, l’essenza di tutta la natura materiale ed è il campo di potenziale per il Purusha. E’ il Macrocosmo.

Il Purusha, invece, è l’anima o la luce della pura consapevolezza, è l’Energia Cosmica Spirituale, la coscienza universale impassibile ed immutabile, il Sè che è presente in ogni essere materiale. E’ la scintilla divina che brilla in ogni creatura. E’ il Microcosmo.

Inoltre Lucifero-Apollo, nel testo, viene a confondersi con Lucifero-Satana, che secondo il mito cristiano è l’angelo caduto scacciato dal Paradiso.
Questa caduta può simbolicamente rappresentare anche la caduta dell’anima nella materia, l’inizio dell’esperienza terrena.

Oppure può indicare – essendo Lucifero-Apollo il Purusha, che nella tradizione vedica è anche l’Uomo Primordiale – il sacrificio del Purusha da cui tutto il mondo è stato creato. Cito dal Rig Veda (X, 90, 8-9):

«Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / si raccolse latte cagliato misto a burro. / Da qui vennero le creature dell’aria, / gli animali della foresta e quelli del villaggio. // Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / nacquero gli inni e le melodie; / da questo nacquero i diversi metri; / da questo nacquero le formule sacrificali.»

Probabilmente quindi, Lucifero-l’anima, penetrando nella materia, opera una caduta. Da Coscienza Unitaria (in cui l’anima sente di essere il Tutto, di essere onnipresente), si ha la percezione dell’esistenza individuale e separata dal Tutto. Dall’essere l’Uomo Primordiale, il Purusha, Lucifero, la Coscienza Una, si arriva alla percezione individuale dei vari esseri. Dal Sè (Atman-Brahman) si passa all’Ego.

Nel mito orfico questo è rappresentato da Zagreo, il primo Dioniso, che viene fatto a pezzi dai Titani (rappresentanti le forze della dualità).

 

Diana ebbe da suo fratello una figlia, alla quale essi diedero il nome di Aradia.

Aradia o Erodiade dunque rappresenta l’unione tra la Prakriti e il Purusha, ovvero il mondo come lo conosciamo, che è mescolamento di anima (Lucifero) e fisicità (Diana).
Se Diana sta alla Luna e alla Tenebra e Lucifero al Sole e alla Luce, allora Aradia-Erodiade sta alla Terra e all’unione tra Luce e Ombra.

In più, può rappresentare la singola anima incarnata, ovvero noi che ricerchiamo aiuto e guida dagli Dei, e al tempo stesso li rappresentiamo in questa esperienza terrena.

 

A quel tempo c’erano sulla terra molti ricchi e molti poveri. I ricchi rendevano schiavi tutti i poveri. A quel tempo gli schiavi erano trattati crudelmente; in ogni palazzo c’erano torture, in ogni castello prigionieri.
Molti schiavi scappavano. Fuggivano nelle campagne e diventavano ladri e briganti. Invece di dormire la notte, tramavano la fuga, derubavano i loro padroni e poi li ammazzavano. Così vivevano sulle montagne e nelle foreste come briganti e assassini, tutto per sfuggire alla schiavitù.

Noi siamo quei poveri, ovvero quelle coscienze che fanno esperienza della materia ma che vogliono tornare all’Unità fondamentale, all’Unione con il Tutto.
Ciò che ci trattiene dal farlo sono le forze della dualità, dell’illusione di essere separati da tutto ciò che ci circonda. Queste forze sono rappresentate, nel testo, dai ricchi.
Proviamo quindi a sostituire “ricchi” con “forze della dualità” e rileggiamo il passaggio:

“Le forze della dualità rendevano schiavi tutti gli esseri. A quel tempo gli esseri erano schiavi e venivano trattati crudelmente; in ogni esperienza terrena c’erano torture, in ogni luogo terreno prigionieri.
Molti esseri schiavi della dualità scappavano. Fuggivano nell’esperienza spirituale e rubavano anime (diventavano ladri e briganti) dal sistema della dualità. Invece di dormire il sonno della dualità, tramavano la fuga, usavano il corpo che avrebbe dovuto essere proprietà del sistema duale (derubavano i loro padroni) e poi ammazzavano le forze della dualità. Così vivevano sulle esperienze di picco (montagne) e nell’armonia della natura (nelle foreste) come briganti e assassini della dualità, tutto per sfuggire alla schiavitù terrena.”

 

Diana disse un giorno a sua figlia Aradia:

E’ vero che sei uno spirito,
Ma tu sei nata per essere ancora
Mortale, e devi andare
Sulla terra e fare da maestra
A donne e a uomini che avranno
Volontà di imparare la tua scuola,
Che sarà composta di stregonerie.

Noi siamo Aradia, queste sono le istruzioni per noi. Aradia rappresenta colei che è nel mondo ma non è del mondo. E’ colei che vive l’esperienza terrena (“tu sei nata per essere ancora mortale”) ma è riuscita ad evaderla, perchè è figlia di una Dea (come tutti noi; ricordiamoci infatti cosa dicono le laminette orfiche, che ci ricordano che siamo della stessa stirpe degli Dei, ovvero abbiamo una Divinità interiore, il nostro Sé: “Io pura fra i puri vengo a voi o regina degl’inferi, o Eukles, o Eubuleo, e tutti quanti altri siete Déi e spiriti. Poiché io mi pregio di appartenere alla vostra stirpe beata. Ma la Moira e il balenare del fulmine mi abbatté inaridendomi. Questa punizione fu inflitta a causa di opere non giuste. Ora io supplichevole vengo innanzi alla santa Persefone affinché benigna mi mandi nelle sedi dei pii” e ancora: “Ma io me ne volai via dal cerchio luttuoso e duro e con rapido piede raggiunsi la bramata corona, e discesi nel grembo della signora regina infernale. Felice e beatissimo te che da uomo divenisti dio. Capretto, io caddi nel latte”).

Questo significa che, seguendo le istruzioni che Diana dà ad Aradia, noi stessi diverremo Aradia, ovvero “capretti cadremo nel latte” come dicevano gli orfici, da “uomini diverremo Dei”, torneremo alla condizione Divina assieme a Diana e Lucifero (ovvero diverremo Uno con gli Dei e quindi con l’intero Universo).

 

“Non devi essere come la figlia di Caino,
E della razza che è divenuta
Scellerata e infame a causa dei maltrattamenti.
Come Giudei e Zingari,
Tutti ladri e briganti,
Tu non divieni…”

Caino è, nell’Aradia, l’abitante della Luna. E’ imprigionato nella Luna.
Essendo la Luna Diana e rappresentando Diana la Prakriti, ovvero la materia, la figlia di Caino è evidentemente il simbolo di coloro che sono troppo attaccati all’aspetto materiale della vita.

Diventare poi “scellerati e infami a causa dei maltrattamenti” vuol dire cadere nelle passioni negative, ovvero nelle emozioni del risentimento, della collera, del dispiacere, dell’inadeguatezza, della tristezza e della depressione.

Cito dai Versi d’Oro di Pitagora:

“Queste cose sappi, e queste altre domina: il ventre anzitutto e così pure sonno, sesso e collera. […] Pochi conoscono il modo di liberarsi dai mali: a tal segno la Moira offusca la mente dei mortali! Come trottole qua e là sono sospinti fra urti senza fine. Funesta loro compagna, una congenita, inconscia irosità li mena a rovina, irosità alla quale conviene tu non dia esca, nè che ad essa resista, ma che devi scansare.”

E anche:

“Di quei mali, che per daimonico destino toccano ai mortali, con animo calmo, senz’ira sopporta la tua parte pur alleviandoli, per quanto ti è dato: e ricordati che non estremi sono quelli riservati dalla Moira al Saggio.
Buono o cattivo può essere il parlare degli uomini; che esso non ti turbi, non permettere che ti distolga. E se mai venisse detta falsità, ad essa calmo opponiti.
Ciò che inoltre ora ti dirò, in tutto osservalo: che nessuno, con parole o con atti, ti porti a dire o a fare cosa che per te non sia il meglio.”

I giudei e gli zingari usati come esempio ovviamente riflettono l’antisemitismo e l’antiziganismo del tempo, ma se riusciamo ad andare oltre questo aspetto superficiale, notiamo che l’Aradia mostra che non dovremmo restare attaccati ai beni materiali.
Ladri e briganti, in questo senso, non sono dunque coloro che cercano di liberarsi dalle catene della dualità (come i poveri e gli schiavi dei versi precedenti) ma gli individui che restano imprigionati nell’attaccamento agli oggetti materiali e non accettano l’impermanenza delle cose. Sono l’equivalente del Mazzarò di Giovanni Verga, il bracciante che riesce a ottenere ricchezze e onori ma ne resta così attaccato che anche al momento della morte non è in grado di accettare la loro naturale perdita:

“… E stava delle ore seduto sul corbello, col mento nelle mani, a guardare le sue vigne che gli verdeggiavano sotto gli occhi, e i campi che ondeggiavano di spighe come un mare, e gli oliveti che velavano la montagna come una nebbia, e se un ragazzo seminudo gli passava dinanzi, curvo sotto il peso come un asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra le gambe, per invidia, e borbottava: – Guardate chi ha i giorni lunghi! Costui che non ha niente! – Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: – Roba mia, vientene con me!”.
(La roba, Giovanni Verga)

Il consiglio per superare questo stato, dunque, è lo stesso che ritroviamo ancora una volta nei Versi d’Oro:

“Considera che per tutti è destino morire.
Delle ricchezze e degli onori, accetta ora il venire, ora il dipartirsi.
[…] Nulla, dunque, di cui non sappia; scorgi quel che davvero ti è necessario – e felice sarà la tua vita.
[…] Abituati ad una vita monda e priva di mollezze e astieniti dal far ciò che attira l’invidia.
Non spendere avventatamente, come chi ignora quel che vale, senza però essere gretto: la misura in ogni cosa è la perfezione. Fa’ dunque quel che non ti nuocerà, riflettendo bene prima di agire.”

 

Tu sarai sempre la prima strega,
La prima strega divenuta nel mondo.
Tu insegnerai l’arte di avvelenare,
Di avvelenare tutti i signori,
Di farli morti nei loro palazzi,
Di legare lo spirito dell’oppressore.
E dove si trova un contadino ricco e avaro,
Insegnerai alle streghe tue alunne
Come rovinare il suo raccolto
Con tempesta, folgore e baleno,
Con grandine e vento.

Nuovamente, i ricchi sono le forze della dualità.
I contadini, che dovrebbero invece essere i poveri, essere gli sfruttati che cercano di liberarsi dalle catene del duale, possono diventare essi stessi agenti della dualità corrompendosi in “contadini ricchi”.
Questo passo ci ricorda che, se andremo incontro a tale destino, se ci adageremo alla vita duale, il destino, gli Dei, ci mostreranno con “tempesta, folgore e baleno, grandine e vento” che tale vita è impermanente, e quindi il nostro raccolto, i nostri attaccamenti, ciò a cui teniamo, ci verrà portato via.
Solo così riusciremo a capire che dovremo conquistare qualcosa di impermanente, che nessuna tempesta potrà mai distruggere.

Cito dalla Bhagavad Gita (II, 23-24):

“L’anima non può essere ferita dalle armi; non può essere bruciata dal fuoco; non può essere bagnata dall’acqua; non può essere seccata dal vento.
L’anima non può essere tagliata né bruciata, né bagnata né seccata. L’anima è immortale, onnipervadente, sempre calma e immutabile, eternamente la stessa.”

Questo si applica non solo alle ricchezze materiali, ma anche alle persone. Spesso esiste una dipendenza che è di tipo affettivo e non legata alla ricchezza. Eppure è comunque dipendenza. In questo caso i saggi dicono:

“Le persone che ami ti lasceranno, come foglie portate via dal vento… Ma tu ama soltanto l’Amore! Allora le persone ti ameranno e nessun vento potrà portare via te.”

Chi è questo Amore? L’amore sono gli Dei. Vedere gli Dei in ogni cosa ci permette di amare l’Amore e non amare le persone, di amare gli Dei tramite le persone, e non di amare semplicemente aspetti della vita che sono impermanenti come tutto il resto.
“Il vero yogi vede Me in tutti gli esseri e tutti gli esseri in Me. In verità, l’anima realizzata Mi vede ovunque.”
Cito nuovamente dalla Bhagavad Gita (VI, 30-31):

“Chi Mi percepisce ovunque e vede tutte le cose in Me non Mi perde mai di vista, né Io perdo mai di vista lui.
Rimane per sempre in Me lo yogi che, ancorato nell’unità divina qualunque sia il suo modo di vita, Mi realizza presente in tutti gli esseri.”

 

Quando un prete ti farà del male,
Del male colle sue benedizioni,
Tu gli farai sempre un doppio male
Col mio nome, col nome di Diana,
Regina delle streghe…

Quando i nobili e i preti vi diranno..
Dovete credere nel Padre, Figlio
E Maria, rispondetegli sempre,
Il vostro dio Padre e Maria
sono tre diavoli…

Ogni volta che, al posto di percepire il Divino, cerchiamo di imporre la nostra visione del Divino agli altri, facendo proselitismo, cercando di convincerli, stiamo agendo le forze della dualità. Quelli che la tradizione vedica chiama “Asura”, demoni.

Ogni volta che cerchiamo, in generale, di imporre il nostro pensiero agli altri, diventiamo agenti asurici.
Il cristianesimo ha agito molto questo aspetto asurico. Sebbene ogni via raggiunga gli Dei, sebbene il Divino si manifesti in ogni forma, anche in quelle cristiane, ogni volta che il cristianesimo ha imposto con la violenza e l’intolleranza la sua esperienza divina sugli altri, l’ha deviata. In quel momento, da via realizzativa il cristianesimo diventava via asurica. Ogni volta che il cristianesimo cercava di imporre “Dio Padre, Figlio e Maria”, quei Dio Padre, Figlio e Maria diventavano tre diavoli.

Anche noi, ogni volta che sfruttiamo la religione per imporre il nostro punto di vista, anche solo cercando a tutti i costi di denigrare le religioni altrui (anche il cristianesimo, magari rinfacciando a un cristiano dei nostri giorni ciò che hanno fatto i cristiani dei secoli passati come se lui fosse responsabile di persone vissute secoli e secoli fa), diventiamo asurici. Anche quando critichiamo pagani di correnti diverse dalla nostra, con cui non concordiamo, per cercare di denigrarli o deriderli, agiamo in maniera asurica.

Quando tentiamo di imporre il nostro punto di vista in una discussione, anche non religiosa, quando vogliamo assolutamente avere ragione, diventiamo asurici.

Al contrario, il vero nome divino, quello di Diana, si esprime nella libertà dalla schiavitù, libertà che è anche liberarci dal dover avere sempre ragione.
Chiediamoci: vogliamo essere felici o avere ragione?

Vogliamo essere schiavi liberati dagli Dei o preti e nobili al servizio degli Asura?

I nobili, a differenza dei preti, sono coloro che usano la religione per imporre il loro predominio ma la religione non è nemmeno il loro ambito.
Potremmo quindi definire i nobili come coloro che, cercando di imporre la loro idea (ad esempio politica, sia a destra che a sinistra) agli altri sfruttano la religione.
In fondo il paganesimo è stato strumentalizzato politicamente sia a destra (razzismo, identitarismo nazionalista) che a sinistra (giustificazione a ideali liberal).

Ogni volta quindi che usiamo la religione per imporre il nostro punto di vista politico agli altri diventiamo nobili, mentre ogni volta che cerchiamo di imporre la nostra visione religiosa o spirituale agli altri diventiamo preti. In entrambi i casi siamo preda di influssi asurici.

 

Il vero dio Padre non è il vostro
Il vostro dio,  io sono venuta
Per distruggere la gente cattiva
E la distruggerò…

Ovviamente un simile atteggiamento verso la religione ci porta alla rovina, alla distruzione. Spesso distruzione di certezze. Molte volte infatti le persone che sono così attaccate a visioni religiose o spirituali al punto tale da insultare o denigrare gli altri, si ritrovano davanti a situazioni che li costringono a cambiare il loro punto di vista, che lo disconfermano.

 

Voi altri poveri soffrite anche la fame,
E lavorate male e troppo,
Soffrite anche la prigione;
Però avete un’anima,
Un’anima più buona, e nell’altro,
Nell’altro mondo voi starete bene
E gli altri male…

Al contrario, coloro che, senza insultare e senza imporre la propria visione a nessuno, lavorano per la propria liberazione, troveranno con maggiore probabilità la via di fuga ed avranno più chance di arrivare a esperienze spirituali di contatto o addirittura unione con gli Dei.

Concludo qui la seconda parte del commentario all’Aradia, prima dei versi che descrivono il Sabba, che voglio invece affrontare bene in un’altra puntata.

Grazie infinite se mi avete letto fino a qui 🙂

Commento all’Aradia o il Vangelo delle Streghe (I): Premessa introduttiva

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Oggi parleremo dell’“Aradia o il Vangelo delle Streghe”, il famosissimo testo pubblicato dall’antropologo americano Charles Godfrey Leland nel 1899, ricevuto da una strega italiana (Maddalena o Margherita Talenti, Taleni, Zaleni o Taluti; il nome è ricavato dalle corrispondenze che ella intratteneva con quest’ultimo e purtroppo la scrittura in corsivo ci lascia incerti sul suo vero nome, ma ci conferma che fosse una persona reale) e rappresentativo delle tradizioni della Toscana e di parte della Romagna.

Qual è la nostra idea in merito? La nostra idea è che i personaggi dell’Aradia fossero effettivamente presenti nel folklore toscano: leggende relative alle figure di Diana ed Erodiade come spiriti a capo delle streghe sono attestate molto prima del Leland. Pensiamo infatti alla testimonianza, datata metà XV secolo, dell’arcivescovo di Firenze Sant’Antonino, che discorrendo delle credenze popolari del suo tempo così si esprimeva:
“De quibusdam aliis superstitionibus, et primo de mulieribus credentibus se cum Diana vel Herodiade nocturnis horis equitare, vel se in alias creaturas transformari, ut dicitur de his, quae vulgariter dicuntur Streghe vel Ianutiche”.
[Fonte: Giuseppe Bonomo. Caccia alle streghe. La credenza nelle streghe dal sec. XIII al XIX con particolare riferimento all’Italia. Palumbo Editore, 1985, pag. 70.]

La professoressa di antropologia e religione Sabina Magliocco ha dimostrato che varianti simili ad Aradia (Arada, Araja, Sa Rejusta, Redodesa, ecc.) sono state impiegate in numerosi folklori regionali per riferirsi ad Erodiade. Quindi è molto probabile che Aradia sia effettivamente un nome locale, un’abbreviazione o una corruzione di Erodiade. Leggende su Erodiade che, assieme a Diana, viaggia nell’aria a capo del corteo delle streghe si hanno in tutta Europa dal medioevo in poi.
[Fonti: Sabina Magliocco. “Aradia in Sardinia: the Archeology of a Folk Character”, in D. Green and D. Evans, ed., Ten Years of Triumph of the Moon: Essays in Honor of Ronald Hutton, 40–60. Bristol, UK: Hidden Publishing, 2009.
Sabina Magliocco. Who Was Aradia? The History and Development of a Legend. The Pomegranate: The Journal of Pagan Studies, Issue 18, Feb. 2002.]

Inoltre, che il Vangelo delle Streghe fosse un’invenzione di Leland è da escludere, visto che il medievalista Robert Mathiesen ha dimostrato, analizzando le carte, che le parti in italiano del testo non erano state ritoccate, salvo piccoli aggiustamenti “esattamente del tipo che avrebbe fatto un correttore di bozze confrontando la propria copia con l’originale”.
[Fonte: Robert Mathiesen, Charles G. Leland and the Witches of Italy: The Origin of Aradia, in Mario Pazzaglini (a cura di), Aradia, or the Gospel of the Witches, A New Translation, Blaine, Washington, Phoenix Publishing, Inc., 1998.]

Quello che però Mathiesen ha dimostrato anche, è che il Vangelo originale fosse molto più piccolo di quello che ci è arrivato. Quest’ultimo infatti è stato “riempito” di materiale derivante da racconti popolari e leggende che Leland aveva già recuperato e trascritto in “Etruscan Roman Remains in Popular Tradition” (1892); “Legends of Florence Collected From the People” (1896) e “Unpublished Legends of Virgil” (1899).
Ciò che rimane togliendo queste aggiunte è, dunque, più che un vangelo, una leggendina, un racconto.
Probabilmente quindi Maddalena ha solo messo in forma scritta tale racconto popolare, che Leland ha poi riportato e inserito assieme a tante altre leggende raccolte in precedenza.

In sintesi, dunque, non esiste alcun Vangelo delle Streghe unitario, nessun testo antico, ma tante leggende che invece probabilmente sono antiche o almeno rielaborazioni derivanti da substrati antichi (dato che il tema di Diana ed Erodiade che guidano le streghe è di origine medievale).

Quindi erano solo leggende? Non esistevano veramente streghe che veneravano Diana ed Erodiade/Aradia in passato?

Al contrario! Proprio la presenza di leggende ci permette di ritenere che qualcuno le avesse messe in atto! La prof.ssa Magliocco infatti ci ha introdotti al concetto di ostensione, che in sintesi afferma come molte persone, proprio partendo da credenze e racconti popolari, tendano poi ad emularli. In un ambito come questo, che è religioso, ciò significa che sono probabilmente esistiti fedeli di un culto deputato a Diana, Aradia/Erodiade e Lucifero/Apollo. Semplicemente però, essendo non organizzati ma mere emulazioni spontanee, non si trattava di grandi gruppi religiosi alternativi a quello cristiano, o di sette che erano in comunicazione con le altre realtà che praticavano la stessa fede in diversi luoghi, ma di persone che talvolta si riunivano con amici o parenti a eseguire emulazioni di leggende. Per capire meglio questo concetto, leggiamo direttamente dalle parole della Magliocco:

“Ostensione è il termine usato da Degh e Vazonyi per la messa in atto delle leggende. Per esempio, una casa infestata ad Halloween può essere il ritratto di leggende su fantasmi, vampiri e lupi mannari; un rituale pagano può drammatizzare la leggenda di Robin Hood. L’ostensione deriva sempre da una leggenda pre-esistente: la leggenda precede l’esistenza della sua messa in atto. Così, per esempio, le leggende sulle caramelle di Halloween adulterate precedettero di almeno dieci anni la scoperta di effettive adulterazioni nei dolcetti (Degh and Vazsonyi, 1986/1995). I tipi che misero aghi, lamette e altri oggetti pericolosi nei dolcetti per scherzo, misero in atto un’ostensione. La teoria delle ostensioni spiega come certi elementi possono passare facilmente dalla leggenda all’azione ritualizzata. Ipoteticamente, le leggende sui viaggi spirituali per andare a danzare con le fate e ricevere guarigione possono facilmente essere state trasformate da individui creativi in rituali di guarigione, con offerte di cibo alle fate e danze estatiche al suono di una musica speciale. E se qualche donna, ispirata dalle leggende utopiche sulla Società di Diana/Erodiade, avesse deciso di provare a riprodurre questa società nell’Europa medievale? Per quanto non abbiamo prove che questa società sia veramente esistita, non è inconcepibile che una persona ispirata possa aver deciso di drammatizzare, una volta o ripetutamente, i raduni descritti nelle leggende. L’uso del termine “giuoco” da parte di Sibillia e Pierina suggerisce il carattere giocoso, scherzoso delle ostensioni. Un “gioco” basato sulle leggende di Erodiade/Diana e quelle delle fate sarebbe stato probabilmente segreto e riservato alle amiche e alle associate delle fantasiose promotrici, che potevano ben essere guaritrici popolari. Una o più donne potevano prendere il ruolo di Diana o Erodiade nel presiedere e dare consigli. Poteva aver luogo un banchetto con danze, in cui le donne si scambiavano consigli in materia di guarigione e divinazione. Il “gioco” poteva anche avere uno scopo di guarigione, come nel caso di molti rituali simili dell’area mediterranea, e comprendere danze in stato di trance. Questa potrebbe essere una spiegazione della notevole coerenza tra le deposizioni di Sibillia e Pierina, processate a qualche anno di distanza l’una dall’altra. L’esistenza di ostensioni in concomitanza con queste leggende potrebbe anche significare che quanto afferma […] su Aradia come persona reale non sia, in effetti, totalmente fuori discussione. Una guaritrice che faceva parte di tale Società avrebbe potuto scegliere di interpretare il ruolo o perfino assumere il nome di Erodiade.
In ogni caso, è importante ricordare che anche se un gruppo decideva di mettere in atto aspetti della leggenda di Diana/Erodiade, questo non avrebbe costituito un revival di paganesimo precristiano, ma un tentativo d’imitazione di aspetti rituali descritti nelle leggende. Inoltre, gli aspetti più magici dei resoconti dei processi – viaggi notturni in groppa ad animali, banchetti inesauribili, resurrezione di animali morti – non potevano essere ottenuti con le ostensioni. Dobbiamo considerare questi aspetti motivi leggendari fantastici, racconti di esperienze di trance o sogni, o entrambi.”

Chiarito quindi che probabilmente il Vangelo delle Streghe non è altro che la trascrizione di leggende che circolavano in Toscana, che queste ultime probabilmente sono state d’ispirazione a qualcuno che le ha emulate, e che quindi la loro forma scritta e l’intero Vangelo sono moderni e non “testi sacri”, possiamo iniziare a commentarlo.

Ovviamente il suo non essere un testo sacro non vuol dire che non sia un testo interessante e soprattutto utile per il lettore pagano. E’ sicuramente d’ispirazione per chiunque segua la Stregoneria Tradizionale, soprattutto per chi si rifà al folklore toscano (e in parte romagnolo).

Per questo motivo vorrei commentare il suo significato simbolico, anche avvalendomi di apporti derivanti da correnti diverse, prima tra tutte quella vedica, cercando di limitarmi però, in tali apporti, alle sole tradizioni indo-europee.
Ovviamente non ritengo vi sia un collegamento causale o peggio ancora storico tra (ad esempio) tradizione vedica e Vangelo delle Streghe, o che le persone che hanno propagandato queste leggende lo facessero con l’occulto scopo di nascondere segreti iniziatici.
Assolutamente no: i contadini toscani avevano in mente bisogni basilari, necessità legate alla sopravvivenza… a livello cosciente.
Ma a livello inconscio?

Uno stesso testo può infatti essere letto su diversi livelli. Un livello cosciente, il suo significato esplicito, e un livello subconscio, che fa riferimento alle realtà dell’inconscio collettivo, ai suoi simboli universali che volenti o nolenti inoculiamo nei testi che scriviamo, nelle leggende che aiutiamo a propagandare, nei simboli che disseminiamo in questi racconti.

E’ basandomi su questo principio, non su altro, che fondo il mio commentario esoterico.
Se infatti un testo nasconde livelli di lettura più alti del livello di coscienza di chi lo ha scritto, essi faranno riferimento necessariamente a stati dell’essere più alti di quelli raggiunti dal semplice contadino toscano. Parliamo di stati di coscienza che probabilmente sono analoghi a quelli esperiti dai saggi delle altre tradizioni.
Uno yogi esperto che ha raggiunto un alto livello di consapevolezza sarà dunque in grado di decifrare il significato simbolico più alto di un testo come questo molto più del suo autore materiale, che ha riportato accenni simbolici di queste “realtà alte” soltanto in maniera inconsapevole, senza però mai averle esperite in prima persona.

L’apporto quindi delle tradizioni sapienziali indiane e greche (pensiamo ad esempio al Neoplatonismo) si rivela necessario, perchè queste correnti filosofiche hanno esplicitamente elevato il loro sguardo verso orizzonti più alti di quelli che la nostra tradizione inevitabilmente ha seguito (per motivi meramente storici e ambientali, visto che la vita nel medioevo e nella prima età moderna era così dura che pensare ai grandi misteri della vita era fuori discussione quando la gente ancora lottava per la sopravvivenza) e per questo motivo ci possono aiutare ad elicitare i significati simbolici dell’Aradia che altrimenti resterebbero indecifrabili, perchè non compresi nemmeno dai loro autori fattuali.

Ovviamente in quest’analisi prenderemo in considerazione solamente tradizioni indoeuropee, perchè sebbene un sufi (ad esempio) possa raggiungere un simile stadio dell’essere, non sarebbe in grado di cogliere il collegamento tra la sua esperienza (che egli interpreta in termini abramitici) e una tradizione politeista-animista come la nostra, mentre Neoplatonismo e Induismo sono sistemi che hanno da sempre coadiuvato la spiritualità politeista in maniera eccezionale (il Neoplatonismo, ad esempio, interpretava i miti greco-romani da un punto di vista iniziatico già in antichità) e quindi possono permetterci di comprendere le realtà più alte senza snaturare il politeismo di fondo delle nostre tradizioni.

Questi dunque sono i motivi per cui il mio commentario esoterico prenderà le caratteristiche che vedrete nei prossimi capitoli.
Spero quindi che tutti coloro che mi seguono apprezzino il mio sforzo.

Che Diana, Lucifero e Aradia vi siano propizi, vi portino a esplorare gli arcani segreti dei loro racconti e vi conducano ai tesori interiori derivanti dalla loro comprensione.

Articoli di Introduzione alla Stregoneria Tradizionale

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Approfondimento #1: I Rapporti tra Stregoneria Tradizionale, Asatrú, Religio Romana, Hellenismo e Rodnovery

Approfondimento #2: Recuperare la Stregoneria Tradizionale, parte 1/2

Approfondimento #3: Recuperare la Stregoneria Tradizionale, parte 2/2

Approfondimento #4: Esiste LA DeA o esistono LE DeE?

Introduzione alla Stregoneria Tradizionale (XI): E dopo? Dopo vola!

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“Ok, faccio offerte regolari alla mia Divinità patrono, il cui nome è rimasto nel folklore o nei processi della zona a cui faccio riferimento, lasciandole ogni notte o almeno una notte a settimana una tavola imbandita con cibo e bevande che in suo onore poi al mattino mangio.

Ok, faccio offerte simili a un famiglio ( = spirito alleato) come quello animale, che ho ricevuto in trance da lei, allo spirito della casa o ai miei antenati.

Ok, faccio anche un sabba durante le quattro tempora, inchinandomi davanti alla rappresentazione della Divinità, mangiando e bevendo in suo onore, danzando per lei, facendo s*sso o autoer*tismo se la divinazione mi rivela che è un’offerta a lei gradita (mentre non la faccio se viene fuori che è sgradita), e faccio nuovamente un inchino prima di andare.

E adesso?

E adesso caro/a mio/a, vola.
Che intendo con volare?
Intendo dire usa una tecnica per produrre uno stato di trance che ti metta in contatto con la Divinità o con un famiglio (famiglio animale, alleato vegetale, spirito della casa, spirito di un antenato o spirito della natura/essere fatato), e chiedi di accompagnarti in un viaggio fuori dal corpo.
All’inizio spostati dove ti porta il tuo famiglio o la Divinità, e poi chiedi di poter incontrare la Caccia Selvaggia, di poter visitare il Regno delle Fate, di poter eseguire un sabba con l’anima assieme agli spiriti delle altre streghe e degli altri stregoni, o di poter andare di casa in casa a visitare le abitazioni di chi ancora segue le Vecchie Usanze.
Una volta visto questo, spingiti ancora più in là. Chiedi alle tue guide, al Famiglio o alla Divinità, di portarti oltre, in spazi sconosciuti sotto la loro protezione. A quel punto, vola. Vola con lo spirito dove ti condurranno. Vola oltre questo mondo e l’altro. Vola dove gli Dei ti sapranno portare.

Ok, bellissimo, ma come volare?

Dipende, sei un tipo che si concentra con la ripetizione di un suono? Recita una formula (ad esempio la classica “portami al noce di Benevento sopra acqua e sopra tempo e sopra ogni maltempo”) a ripetizione, come facevano gli stregoni dell’est Europa.

Sei tipo da scrying? Riempi una brocca d’acqua e recita: “Angelo bianco et angelo santo, per la tua santità et per la mia purità mostrami il vero. Fammi andare/vedere/…”.
È il metodo con cui Giuliano Verdena contattava la Signora del Gioco.

Sei tipo da tambureggiare, o addirittura tamburo + danza? È la stessa cosa che facevano i taltos ungheresi, che però per non farsi scoprire sostituirono il tamburo con il setaccio.

Vuoi usare il sogno lucido o il viaggio astrale? Va benissimo, è il metodo impiegato dai benandanti, da Isobel Gowdie, dalle donne di fuori e dalle streghe francesi al seguito di Dame Abonde.

Vuoi usare l’unguento? Ecco, lì fai te perché morti sulla coscienza non ne voglio ^^”.
Ricorda che basta sbagliare di poco sulla preparazione per passare dal visitare l’altro mondo a diventarne residente.

Hai modo di scegliere il metodo che preferisci, prendine uno e portalo avanti. Prendine uno e vola.
Vola a cavallo della scopa, vola in groppa al tuo famiglio, vola nella notte guidato dalla tua Domina o dal Cacciatore Selvaggio.
Vola, la Buona Società delle streghe ti aspetta.

Introduzione alla Stregoneria Tradizionale (X): Le Pratiche Base

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Se uno ci pensa, la pratica stregonesca è molto semplice.

Si trova la propria Divinità patrono (o Spirito Maggiore se vogliamo essere storicamente accurati, visto che nel passato si parlava di Spiriti e non di Dei) partendo dai nomi delle Entità rimaste nel folklore della propria area e di origine precristiana o a capo delle Streghe, dei Morti, delle Fate e così via.

A questo punto si fanno:
offerte regolari (giornaliere o settimanali) alla Divinità;
– se si vuole, offerte regolari a qualche altro Spirito aiutante (lo spirito della casa, gli antenati, il famiglio animale, un alleato vegetale, spiriti della natura o fate);
– un sabba in onore alla Divinità patrono durante le festività;
– usare una tecnica di trance o il lavoro con i sogni per incontrare la Divinità o un altro spirito aiutante (il “volo” della strega).

In più, tutti i riti magici e divinatori che uno vuole, specialmente quelli di origine folklorica.

È semplice, no? Offerta, sabba, trance e/o sogni.

Basta poco, alle volte, per rendere magica la propria vita. Spesso il parlare parlare parlare ci fa astrarre da una realtà materiale molto concreta.
Spesso analizzare i casi del passato, i loro processi, le loro visioni e racconti, ci fa scivolare verso la LORO esperienza.

E ok, loro hanno visto la processione dei morti, ok loro hanno fatto questo e quello. Ma noi? Noi cosa dobbiamo fare? Cosa possiamo fare?
Guardare con aria malinconica il libro che ci riporta le loro storie non ci farà sperimentare quello che hanno sperimentato loro.
Fissarci sul passato non ci farà sperimentare quello che hanno sperimentato loro.

La pratica ci farà sperimentare quello che hanno sperimentato loro.
Ma con pratica non intendo solo incantesimi e divinazioni. Quelli ci stanno pure, ma una casa non si costruisce senza fondamenta.

Quali sono le fondamenta? Esatto.
Offerta, sabba, trance e/o sogni.

Qual è la pratica?
Offerta, sabba, trance e/o sogni.

Cosa ci permetterà di esperire direttamente la presenza di Dei e spiriti?
Offerta, sabba, trance e/o sogni.

Già, sempre loro. È semplice, ma bisogna cominciare.

Esiste LA DeA o esistono LE DeE?

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Purtroppo in ambito pagano si associa spesso il culto medievale e della prima età moderna di varie Divinità femminili (Diana, Perchta, Holda, la Signora del Gioco, la Regina delle Fate, ecc.) al culto “della Dea”, ignorando anche numerose Divinità maschili presenti nello stesso periodo (pensiamo a Odino, Hellequin, l’Uomo Selvatico, il Cacciatore Selvaggio, Oberon, il Re delle Fate, il Signore del Gioco, ecc.) e facendo credere che tutte queste entità femminili siano solo “aspetti” di un’unica Dea.

Questa visione, però, è molto limitante. In primis nega l’unicità di ogni singola Divinità femminile. Diana non è più vista come Diana, con una personalità sua, con caratteristiche sue, con un’individualità sua, viene ridotta a semplice espressione della Donna con la D maiuscola. Essenzialmente si annulla la sua personalità in funzione del genere.

È un’azione spersonalizzante, è come se considerassi ogni singola persona semplicemente in base al suo genere, e non guardassi le sue unicità, il suo carattere, le sue particolarità, la sua persona.

In secondo luogo, si bypassa il fatto che le Divinità presenti in epoca medievale e della prima età moderna siano nomi spesso nuovi derivanti dalla sincretizzazione o differenziazione di numerose Divinità precristiane di diversi popoli, e quindi ogni singolo popolo ha dato un suo contributo specifico e unico nel formare questo nuovo nome; dunque una Dea che appare in Italia con il contributo di specifiche popolazioni non sarà la stessa Entità che appare in Scozia con il contributo di altre popolazioni.

Si fa poi credere che tali culti fossero praticati esclusivamente da donne, quando in realtà troviamo anche molti uomini che li portavano avanti (pensiamo a Giuliano Verdena, Zuanne delle Piatte, Andro Man, ecc.) e il 25% dei condannati per stregoneria erano appunto uomini (con picchi del 90% in alcuni Paesi, vedasi un post precedente sulla pagina in cui sono state segnate con più esattezza le percentuali Paese per Paese).

Inoltre, questo associare tutte le Dee con la Dea fa pensare che tale culto sia di origine neolitica, quando invece le varie Dee che ritroviamo in età medievale e moderna derivano dai pantheon precedenti al cristianesimo, non direttamente dal neolitico, non dal culto esclusivo di una Divinità femminile, ma da religioni che avevano tante Dee femminili e tanti Dei maschili.

Anche per quanto riguarda il culto “della Dea” nel neolitico, si è scoperto che molti studiosi che partivano con l’idea di riscontrare in età neolitica il culto di un’unica Dea cadevano in numerosi errori, tra cui ad esempio:

1- considerare rappresentazioni di Divinità quelle che potevano essere rappresentazioni di esseri umani o bambole;
2- considerare aprioristicamente e senza prove le statuette maschili o animali semplici “manifestazioni della Dea”;
3- considerare le varie rappresentazioni divine femminili in diversi luoghi come raffigurazioni della stessa Entità femminile, la Dea, e non raffigurazioni di diverse Entità femminili, ovvero diverse Dee.

Quindi anche culti che magari potevano aver dato maggiore risalto a Dee rispetto a Dei passano da essere riconosciuti come politeismi a essere visti come monoteismi. Gli Dei maschili e teriomorfi (in forma animale) vengono ridotti aprioristicamente a espressioni della Dea e le varie Dee sono solo espressione dellA Dea.

Come è possibile non notare che questa sia una proiezione monoteista moderna?
Come è possibile non notare che abbiamo trasformato un politeismo in un monoteismo al femminile?
Come è possibile non capire che questo lo abbiamo fatto perché spesso, anche se ci dichiariamo pagani, ancora abbiamo il germe del monoteismo che ci influenza nel giudicare i culti con cui veniamo in contatto?
E infine, come è possibile non capire che ridurre infinite personalità e individualità raggruppandole assieme in base al genere equivale a distruggere la particolarità di ogni singola Dea per proiettarci sopra semplicemente l’appagamento a vedere una rappresentazione di noi, del nostro genere?

Ma se ci siamo noi al posto di questi Spiriti, se c’è la nostra proiezione del femminile al posto dell’espressione delle particolarità di un Individuo Divino, chi stiamo venerando quando diciamo “Dea”? Uno Spirito o noi stess*?
Ridurre le Dee alla Dea vuol dire invisibilizzare le diverse personalità divine in funzione della venerazione di una nostra appartenenza “umana troppo umana” al genere o sesso biologico.

Non è diverso da un cristiano che venera Gesù non come individuo morto in croce ecc. ma come espressione del “Grande Maschio”. Sostituire il Grande Maschio con la Grande Femmina è davvero un’evoluzione?

O siamo ancora nel reame dell'”umano troppo umano”? Se percepiamo noi stess* non percepiamo gli Dei e le Dee. Se veneriamo le nostre proiezioni, come potremo far spazio per capire chi realmente siano le Dee, aldilà dei nostri preconcetti su maschile e femminile?
Se non smettiamo di investirle con le nostre idee su cosa è il femminile per noi, come potremo sentire cosa sono realmente queste figure femminili?
Se non vediamo l’individuo, chi stiamo venerando? Noi, solo noi stess*.